Da dove vengono i soldi delle sentinelle in piedi?

Il giorno 25 ottobre 2013 il marchio “Sentinelle in Piedi®” viene depositato presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi dal sig. Rivadossi Emanuele, che ha eletto domicilio presso la società Jacobacci & Partners S.p.A. di Torino. Presso quello studio di consulenza presta opera in qualità di “partner” Massimo Introvigne, reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica.
La notizia è riportata da un quotidiano online di dichiarato orientamento cristiano cattolico, per nulla a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Il sito riscossacristiana.it appunto pubblica una mail privata di Introvigne, la quale mail risponde a un articolo precedente dello stesso sito cristiano. Nell’articolo i cristiani lamentano delle insolite e ingiustificate ingerenze dall’alto sulle modalità di svolgimento delle manifestazioni delle sentinelle in piedi. È inoltre presentata la possibilità dell’esistenza di società non dichiarate atte a finanziare e manovrare qualcosa che viene in realtà spacciato alla stampa e ai passanti come qualcosa di “spontaneo, manifetsato dal basso, nato attraverso il passaparola”. Ecco la velocissima risposta di Massimo Introvigne a seguito della pubblicazione dell’articolo.

Il giorno 13 abbiamo pubblicato l’articolo “Qualcuno vuole impadronirsi delle Sentinelle in Piedi?”. Nel cuore della notte tra ieri e oggi ci è arrivata una mail da Massimo Introvigne. Eccola qua:

Vi scrivo a nome della nostra cliente società Jacobacci & Partners S.p.A. oltre che mio personale.
Presa visione dell’articolo «Qualcuno vuole impadronirsi delle Sentinelle in piedi?» pubblicato sul vostro sito, che contiene informazioni fattualmente false sul sottoscritto e sulla società Jacobacci & Partners S.p.A. – società di deposito e gestione di brevetti e marchi, da non confondersi con lo Studio Legale Jacobacci & Associati, che ha soci diversi ed è appunto uno studio di avvocati associati -, vi invito a precisare con urgenza che:

1, La società Jacobacci & Partners (già Casetta, poi Jacobacci-Casetta) è stata fondata nel 1872, non nel 1996.

2. Per ovvi motivi, non posso avere fondato una società nata oltre ottant’anni prima della mia nascita.

3. Per chiunque conosca anche solo per sentito dire il mondo della proprietà intellettuale in Italia, presentare una società multinazionale con sedi in quattro Paesi, centinaia di dipendenti e decine di migliaia di brevetti e marchi in gestione come una sorta di «proiezione» del sottoscritto, il quale si occuperebbe minutamente dei singoli depositi di marchio, appare – più che assurdo – ridicolo.

Con i migliori saluti
Studio Legale Jacobacci & Associati
Massimo Introvigne

– – –

Questa risposta, più che una presa di distanza dall’articolo è parsa una ammissione di colpevolezza allo stesso Paolo Deotto di Riscossacristiana, che risponde:

– La Jacobacci & Partners SpA e lo Studio Legale Jacobacci & Associati (che sono stati confusi nell’articolo) hanno lo stesso indirizzo civico a Milano, Torino, Roma, Parigi e Madrid, come si può facilmente verificare al link[3] Quindi era facile sbagliarsi e rettificheremo il sottotitolo scrivendo “Ci siamo stupiti non poco quando abbiamo constatato che la dicitura “sentinelle in piedi” è stata depositata come “marchio” presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi del ministero dello Sviluppo Economico. La domanda di registrazione è stata presentata dal sig. Rivadossi Emanuele, che ha eletto domicilio presso la società Jacobacci & Partners S.p.A. di Torino, uno studio di consulenza. Presso questa Società presta la sua opera in qualità di “Partner” Massimo Introvigne, reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica.

– l’amico Massimo Introvigne mi fa dire cose che non ho mai detto. Dove mai ho scritto che la Società di sì ragguardevoli dimensioni (e faccio i miei complimenti. Bravi!) è una “proiezione” di Introvigne? Poiché io non ho detto queste cose, mi viene solo in mente un antico adagio latino derivante dalla mia modesta monolaurea: “Excusatio non petita… “ eccetera, il resto lo sappiamo. 

Si riferisce al detto che spiega come difendersi da qualcosa che non è mai stato nominato possa rivelarsi alla fine una auto-accusa indiretta. Viene spesso utilizzato come trucchetto per svelare l’assassino nelle trame di alcunI gialli scadenti.

Le perplessità che restano sono sottolineate dallo stesso Paolo Deotto:

1. una persona di Brescia decide di depositare il marchio delle “Sentinelle in Piedi”. Benissimo. Resta da capire perché se ne vada fino a Torino per fare un’operazione che non è davvero tanto complessa e che non penso che si possa effettuare solo a Torino. Tra Brescia e Torino c’è un po’ di distanza: km. 205,09 in linea d’aria e km. 230 per strada.

2. Questo signore arriva a Torino e sceglie, per depositare il marchio, una società “multinazionale con sedi in quattro Paesi, centinaia di dipendenti e decine di migliaia di brevetti e marchi in gestione”. Vuole andare sul sicuro, con professionisti in gamba. Bene.

3) In questa Società opera, in qualità di partner, proprio il dott. Massimo Introvigne, reggente nazionale vicario di Alleanza Cattolica. Il fatto può essere puramente casuale, non c’è dubbio.

4) Nulla ci autorizza a vedere chissà quali trame oscure per quanto esposto nei punti 1, 2 e 3.

Sono già abbastanza esplicative le perplessità del portavoce di riscossacristiana ma non è tutto.

Nei commenti c’è la testimonianza -seppur non verificabile- di Rita, una fervente cattolica che ha contribuito alla nascita delle Sip, come le chiama lei in gergo amicale, a Genova, ci spiega tutto:

«Che al Timone delle Sentinelle in Piedi ci sia Alleanza Cattolica e’ assolutamente vero. A Genova chi comanda il gruppo delle SiP (e non permette alcuna suddivisione dei compiti ne’ alcuna dialettica interna) e’ un manipolo di aderenti ad Alleanza Cattolica. Lo so perché ho contribuito alla nascita del gruppo di Genova.
I membri di Alleanza Cattolica sono comparsi solo dopo qualche riunione: avevano mandato avanti un’altra persona che si è autoproclamata portavoce unico. Ci hanno detto che non era necessaria alcuna organizzazione interna e chi chiedeva di discutere col gruppo le iniziative da assumere, democraticamente (essendo semplici cittadini pensavamo di poter utilizzare strumenti democratici), è stato accusato di voler dividere il gruppo e che in ciò era in azione niente meno che il diavolo.»

In un altro commento si vocifera che «Il portavoce milanese delle sentinelle è il figlio del responsabile in Lombardia di Alleanza Cattolica.»

Sulla base di queste informazioni, alla base del movimento delle sentinelle in piedi, che ricordo si autoproclama aconfessionale, è forse lecito dedurre un grande movimento di denaro proveniente da Alleanza Cattolica. È ilare che si proclamino aconfessionali soltanto perché sono riusciti ad arruolare islamici estremisti tra le loro fila. Ma è ancora più ilare che accusino le associazioni di volontariato lgbt di essere una grande e potente lobby che farebbe capo -nientemeno- alle tre grandi famiglie che governano il mondo. E i Rockefeller sono sempre sulla punta della lingua. È doveroso, invece, essere molto cauti nel lanciare accuse a ritta e a manca, perché la famosa accusa di essere alla conquista del mondo, ci ricordiamo, ha portato a mostruosità indicibili.

Tutte le informazioni presenti nell’articolo sono di pubblico dominio
Link di riferimento
link1 http://gayburg.blogspot.it/2014/08/chi-e-il-proprietario-delle-sentinelle.html
link2 http://www.riscossacristiana.it/sentinelle-piedi-introvigne-scrive-riscossa-cristiana-deotto-gli-risponde/
link3 http://www.jacobacci.it/Contacts/l/I

Lesbica non è un insulto, come capirlo

L’Arcigay di Reggio Emilia La Gioconda, personificato nella divina figura di Fabiana Montanari, lo scorso giovedì 16 Aprile ha ospitato la mostra fotografica itinerante Lesbica non è un insulto! nello spazio concesso dal locale Ghirba.

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Lesbica non è un insulto è un progetto che riceve il suo originale abbrivio dalla creatività di un gruppo di ragazze lesbiche. In seguito sostenuta da crowfunding, la mostra fotografica ha di mira l’accezione negativa del termine lesbica e si propone se non di rovesciarne l’invalsa percezione, di riempire la parola di un significato positivo.

Spunto di riflessione è il grado di fissità dei ruoli di genere di una data società, nel nostro caso quella italiana.

Dato dall’intrecciarsi di diverse variabili interagenti, il ruolo di genere deve la sua viscosità all’importanza che viene attribuita dal senso comune agli agglomerati sociali di senso e significati quali la religione, le tradizioni, i “si fa così”. Il loro grado di normatività più o meno alto è stabilito dal sentire comune a proposito della loro preminenza, è insomma il discorso riguardo il meccanismo del super-io sociale, dall’inesistente grande Altro.
Mentre sta camminando Paolo si accorge d’un tratto di aver sbagliato strada. È in un luogo affollato. Paolo non si gira sui tacchi e ritorna indietro ma aspetta di raggiungere l’angolo della strada per seguire il marciapiede e ritornare indietro percorrendo una via parallela. Perché? Per Paolo, individuo debole sotto questo aspetto, la normatività del grande Altro nel non mostrasi in pubblico come stupido o imbranato ha prevalso. Il concetto di desiderabilità sociale viene tenuto da conto in molti ambiti, tra cui la psicologia sociale. E gli esiti sono paradossali, senza contare che è uno dei forti deterrenti al coming out, ma torniamo alla mostra.

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Che cosa suscita la discriminazione?

LESBICA riunisce una duplice discriminazione: sul genere e sull’orientamento.
Nel calderone dei pregiudizi e della prospettiva di divinizzazione del padre, il maschio omosessuale è responsabile di un grave peccato di rinuncia al potere del maschio, mentre il maschio eterosessuale che ha fatto suo il compito “naturale/culturale” carica se stesso di una virilità doppia nell’apprezzamento di due lesbiche. Una delle frasi dipinte sul corpo delle ragazze è infatti “il nostro amore non è un film porno”.

La parola lesbica è denotata negativamente anche per il suo frequente uso nella pornografia mainstream e nel postporno, da cui il rispettivo disuso per la fruizione quotidiana.

In tutto questo discorso che mette in chiaro il funzionamento dei pregiudizi, la donna lesbica è elemento deprivato, un -1, perché c’è la donna e c’è la donna+lesbica. E perché bisogna degradarla? Perché con il suo atteggiamento, la lesbica è come se volesse raggiungere il potere del padre e compiere ciò che la normatività del nostro padre proibisce e ostenta al contempo.

Si potrebbero abbandonare tali vecchie discriminazioni e rivendicazioni e smettere anche di insistere con la pleonastica retorica della nuova soggettività femminile, basata involontariamente e con ingenuità sulla contrapposizione, e smettere dunque di attribuire tale contrapposizione anche al termine lesbica. Perché se si dice che la lesbica è un uomo allora, per la proprietà transitiva, ogni uomo è una lesbica. Assurdo.
Ci si chiede se certe contrapposizioni old-fashion di un certo femminismo datato finiscano per leggere la lesbica come l’evoluzione del complesso di elettra che si autodetermina. Data l’invidia del pene, lesbica sarebbe l’accentuazione di un rifiuto. Farneticazioni.

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Non serve un Ph.D. per capire che lesbica è un termine riferito a un* esser* uman*. Le migliaia di caratteristiche che differiscono da individuo a individuo non sono contemplate nel termine e non dovrebbero essere aggiunte.
Il mio vissuto racconta di donne che hanno dimostrato una straordinaria capacità combattiva, specie nei confronti dei più forti, scarsa remissione, perseveranza, grande capacità di instaurare legami duraturi e profondi. E tutto questo è dipeso dall’esser* uman*, non dal pregiudizio che pretende di addobbarlo.

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Ruminare la morte del padre

La storia si fa o non si fa. Ma veramente rispetto alla morte del padre la notizia è lenta. Si sarebbe in torto nell’imbarcare Nietzsche in siffatta storia. Poiché Nietzsche non è colui che rumina la morte del padre, e che passa il suo bel paleolitico a interiorizzarlo. Al contrario: Nietzsche è profondamente stanco di tutte queste storie intorno alla morte del padre, della morte di dio, e vuol porre fine agli interminabili discorsi su questo, discorsi già di moda al suo tempo hegeliano.

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G. Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, 2002, Einaudi, Torino, p. 118.
“Untitled”, 2007, Drawing, ink and graphite on paper – credits to © Mary Czekalinski, artdoxa.com

Gianfranco Amato e gender kit: ma che Montecavolo dici?

Premetto a scanso di querele che tutto il post è un’opinione personale, un’interpretazione distorta dei fatti. Visto che la libertà d’espressione è uno dei valori dei giuristi per la vita, non sarà certo nel loro interesse querelare una mera opinione descrittiva di quanto accaduto. (Ho paura.)

Alberto Nicolini e Gianfranco Amato

[nella foto: Alberto Nicolini, Rappresentante Arcigay Reggio Emilia, mentre viene ripreso da moderatore e dal pubblico e incitato con veemenza a terminare la domanda]

L’episodio è l’ennesimo convegno dal titolo Genitore 1 genitore 2, non più mamma e papà[1]. La sera del 29 Gennaio, a Montecavolo Reggio Emilia, il Movimento per la Vita, il Forum delle Associazioni Familiari di Reggio Emilia, con l’adesione della Comunità Eucaristica e dell’Associazione Salesiani Cooperatori danno spazio a Gianfranco Amato, presidente dei giuristi per la vita. Lo introduce Andrea Zambrano, giornalista di Prima Pagina, un giornale reggiano di dichiarato orientamento.[2]

Il personaggio conduce una sorta di spettacolo durante il quale paventa scenari apocalittici.

Si comincia con il considerare il tentativo di introdurre l’aggravante omofobia senza definirne il presupposto. Nel DDL Scalfarotto infatti non è specificato che cosa si intenda con reato di omofobia, né è spiegato il termine omofobia stesso. Ciò porterebbe a una deriva totalitaria da parte delle interpretazioni dei giudici al momento di giudicare un atto di omofobia. Ma la soluzione non è specificare che cosa si intenda con omofobia, traendo peraltro spunto dalla giurisprudenza anche di altri paesi, ma semplicemente non approvare l’intero DDL. Forse il motivo è impedire che l’omosessualità rientri anche indirettamente in qualche forma di tutela diretta. Questo potrebbe essere uno degli esempi di omofobia da introdurre nella legge.

Il DDL estende un’aggravante penale, riservata a episodi di antisemitismo e razzismo, ai reati di omofobia, cioè motivati dall’odio nei confronti delle persone omosessuali. Ma tale precisazione istituzionale non serve perché per Amato bastano i motivi abietti e, d’altra parte, forse c’è ancora qualcuno che vuole provare repulsione verso l’omosessualità.

Quello che l’avv. Amato alla fine rivela è che, dopo il DDL, diventerà complicato impedire a qualcuno di considerare apertamente e pubblicamente l’omosessualità come un comportamento intrinsecamente disordinato e contro il diritto naturale.

Altre argomentazioni volte a spaventare la platea riguardano l’introduzione di quote arcobaleno. Il riferimento continuo è alla dittatura gender e non all’insieme di studi critici e scientifici, mai redatti sulla base di considerazioni apodittiche, riuniti al plurale come gender studies.

Il momento più bello del convegno è stato quando si è spiegata l’opera di colonizzazione delle menti che il progetto omosessualista vuole compiere all’interno delle scuole attraverso la distribuzione dei gender kit. Ogni lobbysta lgbt al momento dell’iniziazione riceve un gender kit, con all’interno letteratura omosessualista, lista di preferenze di autori, bandiere rainbow, diabolici preservativi, etc. (non è stato detto, ho indagato).

Le ass. lgbt invece che occuparsi di fare informazione e fornire supporto a situazioni di bullismo, insignificante pretesto, starebbero invece progettando un indottrinamento sistematico delle nuove generazioni attraverso l’introduzione nelle scuole di bibliografia omosessualista, sempre presente nei gender kit, della quale farebbero parte gli stranoti libretti dell’UNAR, i quali sono paragonati dal relatore alle veline fasciste, in quanto consigliano l’uso di certi termini (gay) rispetto ad altri (frociodimerda). Scherzo.

Inoltre, stando a quanto riferisce l’Avvocato Gianfranco Amato, ci sarebbero scuole dove si costringono i bambini a vestirsi da bambine e viceversa, purtroppo non ho reperito casi da citare a sostegno di questa dichiarazione, semplicemente perché tutte le notizie presenti online sono di siti e giornali di parte, allora ho chiamato personalmente la scuola in Friuli e mi è stato negato categoricamente che fosse accaduto quanto propugnato durante la “conferenza”, perciò non prendo posizione. Forse si intendeva dire nel “convegno” che in alcune scuole non è proibito per un ragazzo indossare dei pantaloni rosa.

Le fiabe che poi vengono lette sono da considerarsi il terrore di ogni genitore, il quale sarà destituito a vita, sempre secondo le linee direttive del progetto omosessualista, della possibilità di educare i figli sulla base dei suoi preconcetti. In verità, il primo ostacolo di molti ragazzi omosessuali è la famiglia, la quale, spesso anche in buona fede, non riesce ad affrontare situazioni critiche, proprio perché non ne è a conoscenza, le fiabe aiutano, alcune vite hanno subìto tanto a causa di una impreparazione generalizzata ad affrontare il tema, risparmiarlo ad altre è diabolico.

È inutile scrivere che l’intervento di Gianfranco Amato è stato un comizio parziale, ideologico, una lezione per indottrinare, con il costante presagire sovvertimenti e conseguenze catastrofiche, una pura distribuzione di terrorismo al fine di scatenare paure infondate verso un gruppo eterogeneo e trasversale di individui di estrazioni, etnie e appartenenze diverse qual è la comunità lgbt, peraltro abituata ad essere oppressa e perseguitata, a volte –ahi-noi– dai suoi stessi appartenenti.

Alla fine l’avvocato ha venduto il suo libro (dis)informazione sul gender[3] alla cifra di 15 euro cadauno.

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[1] Preciso che da sempre, anche nei licei cattolici, sul libretto scolastico è scritto firma del genitore o di chi ne fa le veci. Non è scritto firma di papà o mamma visto che le situazioni posso essere tante, una ragazza potrebbe anche stare dalla nonna, per mille motivi diversi, la vicinanza della nonna con la scuola, quanto la nonna cucini bene, la possibilità che la mamma sia deceduta e via dicendo. La polemica è ovviamente sterile, visto l’utilizzo canonico nella legge del termine genitore o procuratore.

[2] Almeno per qualcuno dichiarare l’orientamento non è considerato moralmente deplorevole

[3] Gender ancora al singolare – ma la miriade di studi diversi? Non pervenuta.

Omocausto e sentinelle in piedi: i grandi problemi col reale

Seppure alcune ricerche antropologiche descrivano efficacemente i movimenti antigay in cui ci imbattiamo oggi, non problematizzano e non colgono il fondo teorico tutto religioso di questi fenomeni che si sviluppano da rapporti complessati con il reale.

«Sapete solo insultare, noi vogliamo gli argomenti»

«Noi organizziamo convegni, voi parate.»

Ho sintetizzato in due affermazioni gli argomenti principali dell’attuale lotta contro l’omosessualismo, mentre le mostruosità nazifasciste non hanno bisogno di esplicitazioni ulteriori.

La seconda affermazione è falsa, mentre la prima è circolare. Alla luce di ciò ritengo improbabile considerare schiaccianti le affermazioni di un certo conservatorismo.

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Cari amici,

La premessa, tutta personale, che vorrei anteporre all’intervento sull’omocausto, è che i matrimoni e le adozioni per le coppie omosessuali sono vittorie leggere della democrazia. Bisogna davvero ripensare i rapporti e i dispositivi concettuali in cui nuotiamo inconsapevoli.

Mi sono sempre riferito alle sentinelle in piedi come a individui come tutti noi ma contraddistinti da un gusto apocalittico. Non è un caso che questo genere di fenonemi antigay – e non serve una borsa di studio per capirlo – si sviluppi in ambienti dove le idee circolano ma senza libertà di connessioni, in ambienti in cui è forte la componente religiosa. Quest’ultima fa sempre riferimento al buon senso e al reale seppur si ritrova a negarli entrambi all’occorrenza, quando propone –con scaltra ratio– di amare i propri nemici e quando propone di vivere nel mondo ma non essere del mondo.

I militanti prolife leggono il reale in modo che sia razionale e ritengono che ciò che per loro è razionale sia fatto reale. [vedi questione sulla famiglia naturale della Cost. it. termine da sostituirsi con razionale]

La naturalità della società è la normatività dell’elemento ricorrente e dire che le foglie sono verdi significa legittimarsi come gli unici a vedere le cose come stanno, come gli unici paladini della vita contro i cavalieri neri della morte. E chi cavalca gli oscuri destrieri? Per la precisione le lobby gay del nord del mondo. Se mi stanno leggendo gli “uomini” di tali associazioni lobbistiche di invertiti che camminano con le orecchie, lancio un appello di aiuto, continuate pure questa opera apocalittica di distruzione di massa ma aiutate gli omosessuali indigenti.

Ritorno serio. È cristallino che, per queste frange estremiste, naturale è sinonimo di morale; ma soprattutto di razionale. Così la sovrastruttura etica è biologia, è dna, è evidenza. L’approccio delle scienze oggi resta critico, scientifico, ma alcuni trovano sia più facile farsi abbagliare da presunte verità paradigmatiche.

Comunque il parametro della frequenza non è abbastanza per additare qualcosa come naturale, come non lo è quello degli ‘usi e costumi’. Come non esiste che Tizio e Caio, sulla base di qualche osservazione, ascrivano del finalismo a un concetto per niente delineato come quello di natura, o, peggio, lo personifichino.

Perché alcune religioni hanno problemi con gli omosessuali?

Alla luce di quanto ho scritto nell’incipit ritengo sia ovvia la risposta. La fede opera sulla realtà il cambiamento necessario a renderla vera, a rendere la sua consolante verità. Qualcosa che esuli dalla nostra buona e giusta lettura non può essere accettato. Ordiniamo le cose del mondo. Ordine. Con relativa controparte caotica.

Così, lo sterminio di omosessuali, asociali, nomadi, ebrei, si è potuto perpetuare in virtù di un cambiamento di mentalità ordito sulle masse. Prima si rende l’essere umano minoranza, poi subumano, infine oggetto e poi più nulla; l’annientamento sociale è in vista di quello fisico. Questi cambiamenti sono possibili soltanto operando in modo religioso sul reale (anche l’ateismo acritico è religioso), ma solo quel reale che si rende sconvolgente. Alcuni preti in Uganda ritengono che il rapporto amoroso tra due individui di sesso maschile sia all’insegna della coprofagia reciproca [vedi video youtube], ecco che per alimentare il disprezzo si servono di paura e shock.

La reazione spropositata avutasi in Italia con i movimenti provita è l’ennesima riprova che il discorso regge. Specie in una società famigliocentrica quando il pericolo è dirottato volutamente sui bambini.

Le sentinelle in piedi si presentano come difensori della realtà, i loro discorsi sono il registro dell’evidenza, del buon senso rassicurante. È forte il bisogno di rassicurarsi tra loro, proprio come accade con i messaggi della religione o come accade per la religiosa proposta di un aldilà. Il nemico si chiama agenda gender oppure dittatura del gender mentre gli studi queer o gli studi sul genere sono diversificati e mai acritici, e sono inoltre attribuibili a studiosi di diverse estrazioni sociali, da differenti parti del mondo, che abbracciano tanti credo o sono atei o agnostici.

Contenuto nostalgico è anche il richiamo alla salvezza. E il riferimento costante alla realtà si configura all’interno di questo schema che comprende anche il perdono del padre. Il padre è la fonte normativa per eccellenza nello schema che costruisce i rapporti in senso patriarcale – schema che va via via dissipandosi verso una società senza padri [A. Mitscherlich, Verso una società senza padri] – e forte resta in queste frange il bisogno di ordine.

Mi scuserete se per questo post non approfondisco ulteriormente il discorso dio-padre, rischierei di perdere il filo, ma osservo che, stando alle tesi proposte, il gender, pensato dalla parte delle sentinelle ed espresso al singolare come dev’essere per l’elemento dittatoriale, è il progetto di denaturalizzazione della società. Dire che la tal cosa denaturalizza significa asserire di conoscere ciò che invece è naturale.

La volontà di conoscere come la società si debba determinare è una tesi che possiede un vivo e doloroso parallelismo con le tesi che precedono l’omocausto e ne attivano le mostruosità.

Il nazismo, tra le altre, era infatti una imposizione normativa e categoriale in vista di una società migliorata e le proposte perseguite discendevano sempre da uomini la cui pretesa era quella di aver capito e conosciuto come le cose dovessero andare: la Natura. Ma la natura è un concetto umano, frutto di una tendenza tassonomica all’ordinamento delle cose del mondo, l’evidenza di averlo capito e di possederne la chiave è un’argomentazione inconsistente oltreché circolare.

Come osano degli esseri umani imporsi su altri esseri umani, elevarsi a componenti determinanti di un codice e tacciare altri di irrilevanza? Come se vi fosse davvero un unico codice. Chi sei tu per sostenere che la tua interpretazione non è una interpretazione ma un rispecchiare l’esattezza dell’essere delle cose del mondo. L’unico modo in cui si può pretende di leggere la natura è dopo aver convenzionalmente stabilito tutti insieme di averla scritta e istituita.

Io sono consapevole di parlare al vento, sono consapevole che il muro è ancora lì, per ora. So che il tempo saprà dare la giusta forza al contenuto. Auguriamoci almeno in occasione di questa giornata che anche chi non è in grado di imparare sia almeno capace di ricordare.

 

Con rispetto per tutti gli uomini e disprezzo per le addizioni, un abbraccio

Federico

In piazza contro la transfobia

Autodeterminazione: questa hybris delle hybris
Baffi alle ragazze e unghie smaltate per tutti gli altri. La transfobia a Padova si combatte in piazza. “Come staresti in un corpo che non ti appartiene?” — articolo con la descrizione dell’evento su Il Mattino di Padova del 22/11/14

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Una manciata di semestri fa il docente Adone Brandalise disse ai suoi studenti magistrali e a qualche studente triennale alla ricerca di nuove prospettive «viviamo in un periodo di corpi trasmutati». È la constatazione che il famoso e stracitato imporsi della tecnica, come movimento inerente l’essenza umana, ma anche come espressione pratica e moderna di posizioni assunte nel medioevo, ha raggiunto un livello in cui non può tollerare che gli si dica quanto è giusto spingersi. È l’espressione del dominio della propria natura.

Uno spettacolare atto di hybris per dirla raggruppando insieme delle parole in un grumo che non appartiene più all’altezza del nostro tempo. E, anche non potendo sollevare Ortega y Gasset dal cruccio di aver debellato chi sulle altezze dei tempi non è teoreticamente preciso, è proprio spogliando il tempo di una sequenzialità che non gli è propria che possiamo individuare come alcuni uomini restino al servizio della conservazione delle tappe raggiunte e pochi altri spingano per andare oltre. Forse è ora di smettere di camminare verso il tramonto ed è giunta l’ora di volgergli le spalle. Forse questo gusto apocalittico di voler a tutti i costi raggiungere la fine dei tempi è l’ultimo layout di pensiero lasciato in memoria da una vecchia installazione cristiana.

A questo atto di hybris ci si rivolge con un completo arsenale di gaiezza e buonumore perché l’autodeterminazione è la chiave della salute. Per quanto l’azione di disegnare dei baffi alle ragazze e smaltare le unghie dei ragazzi sia simbolica, e il simbolico sia stato assorbito dal consumo dei segni, il principio con cui noi sul patibolo moriremo – noi abusivo – è quello dell’autodeterminazione.