Il cacciatore di aquiloni Khaled Hosseini

LETTURA INTEGRALE DI OPERE

Khaled.Hosseini Il cacciatore di aquiloni

 

C’è stato un tempo in cui Kabul era una città in cui volavano gli aquiloni e in cui i bambini davano loro la caccia. Amir e Hassan hanno trascorso lì la loro infanzia felice formando una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Ma, anche se loro crescevano felici maturando un’invidiabile amicizia, la politica e la personalità dell’Afghanistan non erano mai state così deboli. Limiti dettati da un pensiero rigido imponevano che tra questi due amici vi fosse un abisso. L’uno il padrone e l’altro lo schiavo. E fu proprio il suo essere schiavo che portò Hassan ad essere il primo a subire gli abusi di un gruppo di ragazzi fondamentalisti islamici. Lui, il ragazzo dal viso di bambola, non voleva cedere l’aquilone della vittoria, quell’oggetto per il quale il padre di Amir sarebbe stato orgoglioso del figlio. Quindi fu per troppa fedeltà al suo padrone che venne privato della dignità? O per una sua semplice ristrettezza mentale di non riuscire a cedere ai ragazzi quei quattro bastoncini incrociati?

Amir, il bambino con il ruolo del padrone che soffriva il mal d’auto e piangeva se provava emozioni forti, aveva visto tutto ma non era intervenuto. Ed è questo un motivo sufficiente a vivere una vita di rimpianti? Evidentemente secondo il protagonista sì. Infatti non si da pace e finisce col rendere impossibile la vita degli schiavi che decidono di abbandonare la casa di Baba, che è il padre burbero, impulsivo e poco pensante.

E contemporaneamente la storia non si ferma. Tra scambi di potere e colpi di stato la prestigiosa famiglia di Amir si trasferisce negli Stati Uniti. Lì, scopre un mondo nuovo, poco interessato all’onore e alla forza bruta. Il figlio crescerà, si diplomerà, si sposerà con una sua connazionale e vedrà il padre morire felice. Come mai allora torna in Afghanistan?

Bisogna analizzare il romanzo per darsi una risposta. La mentalità che ci viene proposta è terribile e allo stesso tempo distantissima dalla nostra. Dunque Amir si sente in colpa per una cosa che non ha fatto e che non poteva impedire. È ridicolo ma vuole pagare il fio delle sue colpe fittizie.

Non ci si può piangere addosso, caricarsi di colpe inesistenti, vivere una vita soffocata, pensare di aver ucciso la madre con la propria nascita e avere un’infanzia (e non solo) perennemente proiettata ad ingigantire l’orgoglio del padre. Non si può.

Il protagonista è irritante e non dà alcun messaggio se non quello di quanto è brutto l’Afghanistan e di quanto le sue tradizioni siano barbariche.

Ma guardiamoci intorno. Le persone che lo circondano sono veramente persone? Ragionano come tali? Sono asini sempre a pensare alle gesta, alle imprese, all’onore e a come tutto sia pulito e glorioso. Esiste un periodo storico, molto indietro nel tempo, dove si dava importanza al giudizio della comunità, ai legami di parentela con gli eroi, e gli storici lo hanno denominato “società della vergogna”.

Quale termine più adatto per intitolare tutti i pensieri di Amir riguardo se stesso e la sua non adeguatezza? Amir è Amir. Non il figlio riconosciuto di Baba che incarna tutte le qualità del padre. Il talento e la stupidaggine non sono genetici. I tratti del viso, le caratteristiche fisiche, queste cose sono tramandabili da padre in figlio, ma non il coraggio di ammazzare un orso a mani nude. E comunque non c’è niente di male nel non saperlo fare. Anzi, trovo che il personaggio di Baba sia diseducativo e non è certo una cosa giusta che si spenga espiato di tutto il male che ha commesso nel suo passato.

Vogliamo parlare della moglie di Amir? L’unica cosa giusta che ha fatto, scappare con un uomo, l’ha rovinata per sempre. Ha distrutto tutta la sua vita in una sola volta. Chissà cosa sarebbe successo, mi chiedo io per curiosità, se fosse scappata con una donna.

Riassumo quello che in generale pensa Amir: ho vissuto una vita da afgano fortunato e ricco.

E aggiungo un mio pensiero che mi turbinava nella mente mentre leggevo il cacciatore di aquiloni: sono infinitamente fortunato a non essere nato in Afghanistan.

In sunto, valuto positivamente il romanzo. È un testo ricco di emozioni e di colpi di scena e finalmente qualcosa che non sia di Magdi Allam che fa riflettere su quanto sia inutile la religione vista come un’imposizione rigida che porta al fanatismo. Perciò il giudizio è totalmente positivo e, aggiungerei, un grazie particolare a Khaled che mi ha fatto riflette e ragionare circa un realtà distante che mai mi sarei aspettato di conoscere e criticare.

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