Monsignore: curate i gay

Un prelato ligure auspica le cure per gli omosessuali Essere gay? Non è naturale, è una situazione incancrenita, una malattia che si può combattere con un po’ di sana psicoterapia. Ti piacciono le persone del tuo stesso sesso? Non ti preoccupare, sei solo malato, e la Chiesa ti aiuterà nel tuo percorso. Così parrebbe di capire dalle dichiarazioni odierne di Monsignor Rigon, prelato ligure, che rifiuta ogni studio dell’Organizzazione mondiale della Sanità, ignora la realtà dell’amore di milioni di persone e propone la cura coatta per superare il problema. Senza nessuna autocritica, ça va sans dire, sulle abitudini omosessuali molto diffuse tra i suo colleghi, purtroppo dirette anche verso vittime innocenti, come i continui scandali dimostrano.

NIENTE RICONOSCIMENTO PER I GAY – Il monsignor Paolo Rigon non è quello che si suol dire un democristiano, nonostante la tonaca. Il Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Ligure ha spiegato così’ quello che pensa della comunità LGBT, parole tratte dai registri della Santa Inquisizione, almeno ad un primo ascolto.

“Un’omosessualita’ incancrenita in una persona non e’ superabile e non c’e’ matrimonio che possa aiutare”. ‘Il problema dell’omosessualita’ secondo la visione cristiana – ha spiegato Rigon – e’ di prendere coscienza della propria situazione e avere la capacita’ di gestirla”. ”Gestirla – secondo Rigon, vuol dire, ‘non usarla nel senso sessuale o genitale del termine, ma impostando la propria vita in modo da vivere serenamente, gioiosamente, in modo donativo, sapendo che non posso coinvolgere una donna o un uomo’.

NON SI NASCE GAY Monsignor Rigon non si è fermato proponendo ai gay di non aver la loro vita affettiva, ma è andato molto oltre, andando contro quello che dice la scienza moderna, la realtà degli affetti umani, il buon senso e pure la natura, visto che l’amore per persone dello stesso sesso è presente anche negli animali. Monsignor Rigon ha precisato che

il problema dell’omosessualita’ e’ indotto, perche’ non si nasce omosessuali’. Quindi, “l’omosessualita’ bisogna prenderla dall’inizio perche’ se presa dall’inizio, eccome si puo’ superare’ e ‘dall’inizio vuol dire dal momento in cui in qualche modo ho questo problema’. Il modo per superare il problema e’ ‘attraverso la psicoterapia’. Invece, “quando purtroppo l’omosessualita’ e’ incancrenita e’ difficile”.

Ovviamente la lectio magistralis del prelato ligure non ha previsto un minimo di autocritica su quanto la Chiesa cattolica e i suoi esponenti hanno fatto in termini di abusi recenti e passati, perchè quello non è il compito di un’organizzazione che insegna ad “amare il prossimo tuo come se stesso”. Per quello lo vogliono curare e costringerlo ad esserlo quello che non è, per il grande amore cristiano.

ARCIGAY RISPONDE – L’associazione delle gay e delle lesbiche della Ligura ha subito risposto alle affermazioni di Monsignor Rigon

“Leggiamo con stupore e viva preoccupazione – si legge in una nota – le affermazioni di mons. Paolo Rigon, Vicario Giudiziale della diocesi di Genova, riguardo all’omosessualità come “problema da estirpare”, particolarmente gravi e preoccupanti le affermazioni secondo cui l’omosessualità possa essere estirpata con la psicoterapia. Si tratta di gravi e pericolose falsità, ricordiamo che sono passati più di 30 anni dall’eliminazione dell’omosessualità dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) e che più di 10 anni fa, nel 1998, l’APA (American Psychiatric Association) rifiutava le terapie che intendevano “convertire” in eterosessuali le persone omosessuali, argomentando che tali terapie potessero provocare crisi depressive, ansia e comportamenti autolesionistici. Anche il Presidente dell’Ordine degli Psicologi Liguri, che speriamo voglia intervenire, ha già preso posizione l’anno scorso firmando un appello nazionale (reperibile quiwww.noriparative.it/ ) che inizia con queste parole : “Noi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, condanniamo ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, che l’American Psychological Association definisce una “variante naturale normale e positiva della sessualità umana” e l’Organizzazione Mondiale della Sanità una “variante naturale del comportamento umano”. Leggere, come dichiara il Monsignore, che in un consultorio queste terapie vengano praticate è allarmante e di immensa gravità, speriamo che questa struttura non riceva fondi pubblici o che, se li ricevesse, le istituzioni intervengano immediatamente. Le nostre associazioni metteranno in atto tutte le azioni possibili perché sia fatta chiarezza e si intervenga, nel frattempo ci teniamo ad affermare che si tratta di falsità, che l’omosessualità non è una malattia e che nessuna terapia atta a far “guarire” dall’omosessualità ha fondamento o serietà scientifica. Quella che vanno estirpate sono l’omofobia, l’odio e la discriminazione che mons. Paolo Rigon, diffondendo falsità e disinformazione, ha contribuito a diffondere.”

http://www.giornalettismo.com/archives/114…lati-da-curare/

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Se Ruby non puoi governare

Un divertente motto stampato sulle magliette di Fli e riferito chiaramente, lo sappiamo tutti, al caso Ruby.  Queste magliette sono comparse alla convention  di Fli che,  oltre a rappresentare l’ultimo passo verso una ufficializzazione, deciderà il coordinatore di partito, anche se non sembra così semplice dato che scegliendone uno si hanno malumori da una parte del partito, scegliendone un altro i malumori si spostano ma rimangono comunque interni al partito. Speriamo che almeno queste magliette risollevino un po’ i morali con la pizzicante ironia.

Altre magliette recitano “Tu Ruby, io no”.

Manifestazione per la dignità della donna | domenica 13 Febbraio 2011 | tutte le città e piazze d’Italia

Se è della dignità della donna e non del puro speculativo andare-contro-berlusconi [che ormai si è visto non funziona, ti si addita a comunista] allora la manifestazione è condivisibile. Ci parteciperò, con la serietà di una persona che pensa prima di agire, e non con l’avventatezza di qualche facinoroso.

Il caso Ruby ha fotografato una realtà deplorevole, una realtà che noi tutti consideravamo sepolta, quella dei grassi sovrani e delle loro sventole concubine.

Tutte le piazze d’Italia dimostreranno a Ruby che è già popolare se è la notorietà ciò che cerca, che può guadagnare gettoni di presenza alle trasmissioni, facendosi intervistare, mentre a Berlusconi non dimostrerà assolutamente nulla, perché il governo è compatto e la maggioranza solita, pardon, solida. Questo il leitmotiv che non riusciamo a lasciarci alle spalle.

Nessuno vuole “fare la morale al mondo”, ma perché non si potevano trovare soldi pubblici e posti di governo anche per modelli egiziani maschi dichiaratamente nipoti di chissà quale presidente/dittatore?

Non curatevi dell’ironia della mia terza parte del cervello, in quel caso sarei sceso in piazza lo stesso per la dignità degli uomini. Perché non è corretto pagare con soldi pubblici delle prestazioni, offrendo cariche qui e là. Non sarebbe nemmeno corretto da parte di ‘anziani’ non-pagare minorenni a prestazione avvenuta.

Sto perdendo il filo del discorso. E’ la mentalità che deve cambiare. Un uomo anziano che si diverte nel guardare belle ragazzine e si aggrappa a qualsiasi scusante per affermare che non è così? Ma Ruby era veramente il modo di consolidare i rapporti internazionali! Nemmeno Briatore è così simpatico ma almeno non infrange la legge.

Essere bellissime per ottenere cariche pubbliche? Essere vicine al potente di turno per farsi aprire qualsiasi porta? Questa non è meritocrazia. Non è niente. E’ pensare a farsi amico il ricco proprietario terriero o funzionario di stato perché così è bello, divertente e ti lasci l’anonimato, la povertà, le disgrazie alle spalle e ricevi comort e tuttoeddippiù? Allora se è così e se così volete che rimanga io vado a riposarmi oziando in stile baudelairiano.

Se volete che non sia così. C’è la protesta pacifica e superiore a qualsiasi altra forma di protesta, c’è la piazza.

Federico

En el espejo del cielo

En el espejo del cielo, diretto da Carlos Salces nel 1997 è un corto di dieci minuti, poetico, senza alcun parlato, che narra di un bambino messicano che vive con la madre in un povero casolare al limitare dei filari di un campo di mais.

Il titolo stravolge la concezione linguistico-verbale che si riferisce all’immagine dell’acqua la quale notoriamente rispecchia il cielo e non viceversa. In tal senso sorgono spontanee alcune domande: qual è la realtà vera? Cos’è che non capisce il niño del cortometraggio?

Si rimane spaesati e confusi durante la visione dei dieci minuti de nello specchio del cielo per la questione già ribadita dell’assenza di dialogo e per l’improbabilità della situazione familiare: un bambino che vive solo con la madre? Perché il padre è morto? È solo assente? Come fanno a vivere? Com’è vista una madre single in quella realtà? E ancora, tra le domande comuni che durante la visione ci si potrebbe porre con disattenzione, com’è possibile che la loro realtà sia così distante dalla nostra?

Propongo una serie di domande perché nessuno è in grado, eccezion fatta per il regista del corto, di dare delle risposte certe. Non si sa nemmeno se Salces abbia riflettuto tanto quanto noi sul contesto, magari per lui è normale e naturale una realtà di quel genere; realtà che ai nostri occhi appare distante, quasi impossibile da comprendere.

La macchina da presa non compie ciò che Verga compiva con la penna, non si cerca cioè di rappresentare nei termini realistici di un ritrovato neorealismo anni ’50 una realtà. La poetica delle riprese è fantasiosa e girovaga. Una zingara. Ma è anche surreale, se davvero passassero tanti aerei in cielo in quelle zone forse è perché qualche compagnia ha costruito una sede distaccata nel terzo mondo per ammortizzare i costi di gestione.

La maglietta azzurra del bambino rimanda al cielo, rimanda alla pozza d’acqua. L’aereo compare in cielo e compare sulla pozza d’acqua. La classica domanda: cosa fa lo specchio? Chi è lo specchio? Che cosa riflette lo specchio? Da quale delle parti si rintraccia la realtà? Il bambino prima guarda il cielo, poi si getta in acqua. Quando guarda il cielo dirige gli occhi in alto, lo vede proprio l’arrivo dell’aeroplano. Ma vede anche l’aereo nella pozza, allora nella pozza pensa ci sia l’aereo?

Sua madre è troppo occupata a metabolizzare il probabile lutto stendendo calzini.

Il bambino deve ancora svegliarsi dal suo sogno? Secondo una interpretazione sì. Si sveglia al momento di lavarsi il viso con l’acqua del laghetto. L’acqua si increspa, la realtà lo avviluppa.

Il paesaggio è povero, essenziale, naturale, da subito gli elementi vengono collegati al cielo. Persino quando viene inquadrata la tavola apparecchiata di poco o niente, nel momento in cui quel pranzo frugale viene ripreso frontalmente una luce giunge quasi contraria all’inquadratura. Il piatto, la zuppa, il controluce ci portano a pensare al Mangiafagioli di Annibale Carracci, il quale dipinge una simile luce proveniente da una finestrella laterale, e riporta col pennello un contesto povero che ben si confà all’ambient del cortometraggio di Salces.

Oppure la luce è l’anima del padre che veglia sul figlio dall’alto, che osserva l’ingenuità del figlio e ride senza scherno come solo un morto può fare?

Nello specchio dell’acqua è stato utilizzato anche da una banca per uno spot, lo slogan della campagna pubblicitaria conferma che la banca è disposta a tutto pur di realizzare i tuoi sogni, siamo cristallini, come l’acqua, ci capisci e ti capiamo, è così che puoi realizzare i tuoi sogni.

Lo sguardo della madre vorrebbe significare una sorta di pretesa materna che il figlio cioé stia con i piedi per terra, che i clienti della banca sappiano che non è un realizzare-sogni aleatorio, ma qualcosa che sta con i piedi per terra.

La madre è tagliata nello spot.

In contesti di povertà di quel genere la figura paterna non manca, non deve mancare, è la figura adibita ai lavori pesanti eccetera, un po’ come accadeva trai cavernicoli. Qui manca.

La madre dunque si sostituisce o si aggiunge all’idea che il bambino sia ostacolato nel suo agire, ma persevera, all’idea che il bambino sia impaurito dalla reazione della madre se venisse a scoprire che cosa ha lui fatto sentendo il rumore che la bara(?) fa di notte, per questo motivo andrà a nasconderla nel granaio.

Ma è sempre l’immaginazione del niño il motore fondamentale di tutto.

Un insegnamento da trarre è di imparare nuovamente a sognare? No. Scontata e abusata.

Possiamo srotolare qualcosa di psicanalisi? Potrebbe essere l’elaborazione di un lutto. Sindachiamo nella psiche del bambino e scopriamo che la sua realtà si discosta sì dalla realtà che ci aspetteremmo lui percepisse, ma che ciò non comporta affatto un problema, perché –e qui permettetemi di roteare gli occhi– noi con i nostri sogni siamo imbattili perché non smetteremo mai di sognare e di pestare i piedi in testa alla gente perché facciamo del cielo e dei nostri sogni (i nostri interessi) motivo di vanto, motivo di prevaricazione, un modo come un altro per scavalcare i concetto di umanità, costruitosi per gradi a partire anche, secondo alcuni, da un’idea assolutistica di società civile, un concetto che questi eserciti di sognatori narcisistici e immaturi non capiscono per nulla. Pongono i sogni, le aspettative e le speranze sopra una giusta dose di calunnie moralistiche. Tutto ciò è approvato. Ma porre il surrogato di se stessi-sognatori anche sopra gli altri, questo è soltanto delirante relativismo soggettivista.

Dal punto di vista formale, visivo e sonoro, non si rappresentano dinamiche realistiche. Dunque le si lega all’idea di realtà immaginata. Un ossimoro. Realtà immaginaria. La realtà è quella che immagino io. Sì. In manicomio. Se l’abbacinamento è collettivo, solo allora nessuno parlerà di follia.

La ripresa più interessante è un’inquadratura che, senza soluzione di continuità, passa dall’immagine riflessa in un secchio d’acqua del bambino, al cielo e all’azione seguente, riproponendo la stessa atmosfera visionaria dei titoli di testa, molto belli e coerenti con la narrazione.

Salces parla di libertà e immaginazione. Insomma: l’immaginazione rende liberi. Tua nonna.

Ma in effetti non c’è spiegazione. L’inventiva autodeterminazione proposta da Salces vola. Vola come l’aereo in cielo, vola come lo sguardo brillante del bambino, ancora pieno di curiosità e ammirazione per la vita e per il mondo.

Che fare dunque se ogni considerazione a riguardo del corto può essere inutilmente accettata come ragionevole e irragionevole?

Immaginate amici. Immaginate e siate visionari e diventate migliori degli altri e pestategli i piedi, le teste con i piedi, mangiate il riso sopra di loro.