En el espejo del cielo

En el espejo del cielo, diretto da Carlos Salces nel 1997 è un corto di dieci minuti, poetico, senza alcun parlato, che narra di un bambino messicano che vive con la madre in un povero casolare al limitare dei filari di un campo di mais.

Il titolo stravolge la concezione linguistico-verbale che si riferisce all’immagine dell’acqua la quale notoriamente rispecchia il cielo e non viceversa. In tal senso sorgono spontanee alcune domande: qual è la realtà vera? Cos’è che non capisce il niño del cortometraggio?

Si rimane spaesati e confusi durante la visione dei dieci minuti de nello specchio del cielo per la questione già ribadita dell’assenza di dialogo e per l’improbabilità della situazione familiare: un bambino che vive solo con la madre? Perché il padre è morto? È solo assente? Come fanno a vivere? Com’è vista una madre single in quella realtà? E ancora, tra le domande comuni che durante la visione ci si potrebbe porre con disattenzione, com’è possibile che la loro realtà sia così distante dalla nostra?

Propongo una serie di domande perché nessuno è in grado, eccezion fatta per il regista del corto, di dare delle risposte certe. Non si sa nemmeno se Salces abbia riflettuto tanto quanto noi sul contesto, magari per lui è normale e naturale una realtà di quel genere; realtà che ai nostri occhi appare distante, quasi impossibile da comprendere.

La macchina da presa non compie ciò che Verga compiva con la penna, non si cerca cioè di rappresentare nei termini realistici di un ritrovato neorealismo anni ’50 una realtà. La poetica delle riprese è fantasiosa e girovaga. Una zingara. Ma è anche surreale, se davvero passassero tanti aerei in cielo in quelle zone forse è perché qualche compagnia ha costruito una sede distaccata nel terzo mondo per ammortizzare i costi di gestione.

La maglietta azzurra del bambino rimanda al cielo, rimanda alla pozza d’acqua. L’aereo compare in cielo e compare sulla pozza d’acqua. La classica domanda: cosa fa lo specchio? Chi è lo specchio? Che cosa riflette lo specchio? Da quale delle parti si rintraccia la realtà? Il bambino prima guarda il cielo, poi si getta in acqua. Quando guarda il cielo dirige gli occhi in alto, lo vede proprio l’arrivo dell’aeroplano. Ma vede anche l’aereo nella pozza, allora nella pozza pensa ci sia l’aereo?

Sua madre è troppo occupata a metabolizzare il probabile lutto stendendo calzini.

Il bambino deve ancora svegliarsi dal suo sogno? Secondo una interpretazione sì. Si sveglia al momento di lavarsi il viso con l’acqua del laghetto. L’acqua si increspa, la realtà lo avviluppa.

Il paesaggio è povero, essenziale, naturale, da subito gli elementi vengono collegati al cielo. Persino quando viene inquadrata la tavola apparecchiata di poco o niente, nel momento in cui quel pranzo frugale viene ripreso frontalmente una luce giunge quasi contraria all’inquadratura. Il piatto, la zuppa, il controluce ci portano a pensare al Mangiafagioli di Annibale Carracci, il quale dipinge una simile luce proveniente da una finestrella laterale, e riporta col pennello un contesto povero che ben si confà all’ambient del cortometraggio di Salces.

Oppure la luce è l’anima del padre che veglia sul figlio dall’alto, che osserva l’ingenuità del figlio e ride senza scherno come solo un morto può fare?

Nello specchio dell’acqua è stato utilizzato anche da una banca per uno spot, lo slogan della campagna pubblicitaria conferma che la banca è disposta a tutto pur di realizzare i tuoi sogni, siamo cristallini, come l’acqua, ci capisci e ti capiamo, è così che puoi realizzare i tuoi sogni.

Lo sguardo della madre vorrebbe significare una sorta di pretesa materna che il figlio cioé stia con i piedi per terra, che i clienti della banca sappiano che non è un realizzare-sogni aleatorio, ma qualcosa che sta con i piedi per terra.

La madre è tagliata nello spot.

In contesti di povertà di quel genere la figura paterna non manca, non deve mancare, è la figura adibita ai lavori pesanti eccetera, un po’ come accadeva trai cavernicoli. Qui manca.

La madre dunque si sostituisce o si aggiunge all’idea che il bambino sia ostacolato nel suo agire, ma persevera, all’idea che il bambino sia impaurito dalla reazione della madre se venisse a scoprire che cosa ha lui fatto sentendo il rumore che la bara(?) fa di notte, per questo motivo andrà a nasconderla nel granaio.

Ma è sempre l’immaginazione del niño il motore fondamentale di tutto.

Un insegnamento da trarre è di imparare nuovamente a sognare? No. Scontata e abusata.

Possiamo srotolare qualcosa di psicanalisi? Potrebbe essere l’elaborazione di un lutto. Sindachiamo nella psiche del bambino e scopriamo che la sua realtà si discosta sì dalla realtà che ci aspetteremmo lui percepisse, ma che ciò non comporta affatto un problema, perché –e qui permettetemi di roteare gli occhi– noi con i nostri sogni siamo imbattili perché non smetteremo mai di sognare e di pestare i piedi in testa alla gente perché facciamo del cielo e dei nostri sogni (i nostri interessi) motivo di vanto, motivo di prevaricazione, un modo come un altro per scavalcare i concetto di umanità, costruitosi per gradi a partire anche, secondo alcuni, da un’idea assolutistica di società civile, un concetto che questi eserciti di sognatori narcisistici e immaturi non capiscono per nulla. Pongono i sogni, le aspettative e le speranze sopra una giusta dose di calunnie moralistiche. Tutto ciò è approvato. Ma porre il surrogato di se stessi-sognatori anche sopra gli altri, questo è soltanto delirante relativismo soggettivista.

Dal punto di vista formale, visivo e sonoro, non si rappresentano dinamiche realistiche. Dunque le si lega all’idea di realtà immaginata. Un ossimoro. Realtà immaginaria. La realtà è quella che immagino io. Sì. In manicomio. Se l’abbacinamento è collettivo, solo allora nessuno parlerà di follia.

La ripresa più interessante è un’inquadratura che, senza soluzione di continuità, passa dall’immagine riflessa in un secchio d’acqua del bambino, al cielo e all’azione seguente, riproponendo la stessa atmosfera visionaria dei titoli di testa, molto belli e coerenti con la narrazione.

Salces parla di libertà e immaginazione. Insomma: l’immaginazione rende liberi. Tua nonna.

Ma in effetti non c’è spiegazione. L’inventiva autodeterminazione proposta da Salces vola. Vola come l’aereo in cielo, vola come lo sguardo brillante del bambino, ancora pieno di curiosità e ammirazione per la vita e per il mondo.

Che fare dunque se ogni considerazione a riguardo del corto può essere inutilmente accettata come ragionevole e irragionevole?

Immaginate amici. Immaginate e siate visionari e diventate migliori degli altri e pestategli i piedi, le teste con i piedi, mangiate il riso sopra di loro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...