Razzismo generato dall’appartenenza e dall’insofferenza

In siffatta divertente ipotesi di lavoro mi permetto di sostenere tesi azzardate e controintuitive.Il lettore vigile saprà coglierne l’apporto innovativo e l’aggancio medievale. Se non fantascientifico è comunque azzardato cercare di spiegare il razzismo attraverso la teoria della nascita degli stati; ma attraverso una abbozzata storia concettuale mi sono preso -senza alcuna giustificazione valida- la libertà di unire in un testo poco coeso una realtà come quella del razzismo e un’altra realtà un po’ meno reale come quella della teoria politica, che risultato distantissime fra loro.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché le masse si sono accorte di non essere masse. Gli individui infine capirono (passato remoto perché il processo è concluso) di non essere assimilabili ad alcun gruppo, se non in forza di qualcosa di arbitrario, anche se -attraverso esplicita dichiarazione della volontà- si sottomettessero ad una appartenenza, ciò rimarrà sempre una etichetta, limitata ed involutiva per l’essere umano preso in esame. L’etichetta funziona con le scienze, che catalogano ciecamente, non funziona nelle relazioni, è un’operazione illecita per qualunque essere umano, e la politica è essenzialmente relazione. È da aggiungere che i giudizi categoriali, nella pratica, paiono impliciti, pare impossibile poterne farne a meno, ma ciò perché è un modus vivendi molto comune.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché gli esseri umani si sono accorti che «i partiti non rappresentano le parti[1]». Quando un individuo non basta a se stesso è a causa di un moto esterno che lo porta a considerarsi come incompleto, è perché scivola pericolosamente nel riconoscimento di una infinità di differenze; additando queste ultime ad elementi costituiti della società ed imprescindibili da essa si disillude, perde fiducia nel cambiamento e sebbene in alcuni casi appaia attivo in politica, in realtà non fa politica. Fa qualcos’altro.

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L’insofferenza diffusa verso la società (per esteso) è tipica dei regimi, è tipica delle monarchie, è tipica delle oligarchie, è tipica delle democrazie. Con la rappresentanza indiretta, nelle varie forme di stato, si è cercato di mitigare tale insofferenza, ottenendo per’altro scarsissimi risultati. I delegati sono di fatto, soltanto, in pratica, evidentemente diventati i detentori del potere decisionale, il loro potere se formalmente deriva dal voto, è sempre sottomesso al loro essere umani e dunque gestito soggettivamente.

L’insofferenza diffusa verso la società si cerca di mitigarla -nella contemporaneità- con un volgersi al concetto di cittadinanza attiva. Sebbene io stesso sia sensibile alla questione e più volte mi sia dichiarato favorevole ad una riflessione per l’attuazione di tale rappresentanza diretta, ritengo che sia uno strumento incompleto, il quale può però mitigare molto più a fondo l’insofferenza.

Ma sempre di un’illusione si tratta. Il problema della concordanza tra cittadini, qui sotteso, è legato all’egoismo dell’essere umano, il quale fintanto che si comporterà come un animale, avrà sempre motivo di scontrarsi con l’altro, avrà sempre un atteggiamento hegeliano da autocoscienza che ha un atteggiamento di conflitto (pòlemos) verso un’altra autocoscienza. La politica è implicitamente conflittuale?

Ciò è soltanto un luogo comune e diffuso, esistono altre modalità di approccio, che, siccome meno comuni, sono andate dimenticate, o meglio, sono state fatte sparire dal conflitto che ha inficiato col sangue bestiale l’armonia. Esiste una costruzione sociale malevola e violenta della quale l’uomo che apre gli occhi, l’uomo che demistifica, l’uomo che comprende l’intrinseca irrazionalità del reale, non può non accorgersi.

L’insofferenza si traduce in razzismo. Intendo quest’ultimo termine in senso generale ed esteso, come quel processo nella mente dell’uomo che lo porta a considerarsi diviso dagli altri esseri a causa di differenze di sorta, dalle più evidenti a quelle meno. Violenza. Barbarie. Egoismo. Snobbismo. Bestialità collettiva.

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L’eccesso di senso di appartenenza produce razzismo.

Sebbene l’appartenenza ad un gruppo non generi -come conseguenza ovvia- il razzismo, ma ciò accada solo con l’eccedenza, l’appartenenza anche moderata ha la capacità di instillare credenze nell’individuo.

Non esiste istituzione più animalesca della credenza, e che cosa spinge gli uomini a raggrupparsi se non l’avere credenze comuni? Il pactum unionis riunisce individui che sono una moltitudine in un gruppo unitario che riconosce a tutti i membri una caratteristica comune. Quale? Il territorio? La lingua? La nazionalità? I costumi? L’ethos? No. L’illusione di questo patto di unione sta proprio nel fatto che gli individui si riconoscano tra di loro proprio perché ciò che li unisce è il patto stesso. Peccato che il patto rientri nella speculazione teorico-filosofica e nelle ipotesi di lavoro dei teorici. In tal modo si scopre che non vi è mai stata alcuna stipulazione, semmai qualche contentino che assomiglia alla deliziosa crocchetta che educa l’animale ingannandolo con una falsa percezione.

Caro popolo insofferente, quando ti viene concessa la crocchetta ti accucci, ma non è vero che accucciandoti tu possa sempre mangiare.

Qualcuno obietterebbe: l’illusione che la sovranità risieda nel popolo in realtà è una questione che si riduce al dualismo formale-sostanziale. Allora bisogna condurla con azioni politiche al piano dell’effettività. Ciò è sbagliato, o meglio, incompleto, ma comunque resta molto utile a mitigare l’insofferenza. Argomento: la sovranità deve cessare. L’amministrazione e i burocrati sono i più utili eppure dovranno essere i più sorvegliati.

Tornando all’argomento principale, per non perdere per strada le menti, un modo per eliminare il razzismo è l’empatia. E dato che la storia (udite udite una definizione di storia che non possa essere contraddetta) è un moto empatico verso gli autori del passato, (tanto che ogni autore è giusto se considerato empaticamente per quello che è il suo pensiero), di conseguenza studiare la storia nel modo completamente opposto a quello che riempie il cranio di nozioni, quello diffuso per intenderci, è il modo per soffocare il razzismo. Non la storia per comprendere la mia identità culturale, bensì la storia per distruggere il senso identitario e con esso i pregiudizi, il razzismo, il classismo.

Venne mossa una obiezione, durante una lezione sul razzismo, a chi insegnava «Dato che loro sono i primi ad essere razzisti, siamo noi (italiani) giustificati su questo fronte.» Troppo facile controbattere vero? Non lo farò.

Questa obiezione non è solo banale e ingenua ma anche fuorviante per quello che è il focus centrale.

Il nodo della questione è che non si tratta di un noi o di un voi, ma di un io e di un tu. Sempre.

Una situazione che eccede nell’appartenenza è preferibile solo per chi deve dividere ed imperare. Ecco dove risiede il potere! La sovranità nasce dalle differenze ed in esse si stravacca. La frase: siamo tutti uguali nella diversità. È giusta. Non è uno slogan a caso, vuoto di senso. È il concetto di individuo che non può essere ricondotto ad unità, eppure al contempo detiene uguale ragion d’essere, uguale dignità.

Riferendomi all’attualità gli Stati perdono terreno, il loro essere elemento formale probabilmente subirà un’involuzione a delle macro-regioni, oppure una medesima involuzione in senso opposto venendo ingoiati e digeriti malamente da organismi sovrannazionali verso i quali però, si ricordi, c’è una concessione solo di parte della sovranità.

Dunque, ricapitolando, la sovranità è concessa dal popolo a chi lo rappresenta nella stato (ma nella teoria risiede ancora nel popolo), dai rappresentanti allo stato (passaggio inutile da sottolineare), dallo stato all’organismo sovrannazionale. In realtà, (demistifichiamo e tenetevi forti) «La sovranità del popolo non è mai esistita e gli stati sovrani non ci sono più; dov’è allora la legittimazione democratica?[2]». All’attuale chi governa sono le banche, il problema che si pone è se dirigano correttamente oppure no dal punto di vista pratico e amministrativo. Le banche però non devono nulla al popolo, i passaggi sono troppi e la gente si perde, persino i banchieri si perdono, tant’è che ti concedono la casa a debito. È uno scherzo. Ribaltiamo. Noi, popolo, concediamo a chi amministra il nuovo Dio-che-tutto-muove la possibilità di dirigerci, a patto che amministrino decentemente, distribuendo ciò che è giusto, ossia ad ognuno secondo le sue necessità, ad ognuno secondo ciò che merita.

Il razzismo trova terreno fertile quando si sommano vari contesti:
– quando vi è insofferenza verso un governo che non guarda al di là di un sistema economico che si è eternato,
– quando ci si rifugia nelle opinioni comuni, senza concepire che i pensieri degli altri nella propria testa possono essere fatti fruttare e possano creare magari qualcosa che si distacchi un minimo, qualcosa di nuovo,
– quando si soffre e non si esprime il proprio dolore perché sconveniente per la dignità. Quale dignita? È più degno chi piange ed esterna di chi reprime.

È in questo universo di credenze sbagliatissime che si alimenta il razzismo. Cibo e casa sono per l’uomo sereno, e con questi altri derivanti di quel concetto che solo quando saremo estinti potremo afferrare qual è la giustizia.

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[1] Giuseppe Duso, cit. orale, lezione del 27.03.2012 di filosofia politica, si veda a proposito S. CHIGNOLA, G. DUSO, Storia dei concetti e filosofia politica, Franco Angeli s.r.l., 2008, Milano

[2] Ivi

Foto © Guy Denning, Dereck Overfield

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