Isabelle Huppert potente giudice inquirente.

Nella vita ci si accorge che le dinamiche sono le stesse di quando si era a scuola e che si presentano soltanto in modo “allargato”. Non saprei dire se la trama sia più vera o finta. In questo caso è la commedia drammatica a rivelare le verità sui giochi di potere, come il giullare rendeva esilaranti gli errori, i soprusi, il malgoverno, le scomode verità del sovrano di fronte al sovrano. 

Quel gran Leviatano qual è la RAI, come la ribattezzò Philippe Daverio a Che Tempo Che Fa, mesi addietro censurò il telefilm Fisica e Chimica su Rai4 sotto la pressione del MOIGE, Movimento Italiano Genitori e bigotti, si fa per dire, visto che il telefilm, come altri della sua categoria “adolescenziale” quali Skins, proponeva i temi preferiti da Satana Trimegisto quali minorenni in cinta, droga ed omosessualità.

Questa sera torrida quanto annoiata di uno dei tanti 14 agosto invece il terribile mostro marino si è guardato bene dal censurare su Rai5 il film francese L’ivresse du pouvoir (La commedia del potere) diretto da Claude Chabrol con l’impagabile interpretazione di Isabelle Huppert nei panni del giudice inquirente Jeanne Charmant.

La trama è presto detta quanto “vera” e accettabile perché “finta”. Un realismo schiacciante e magico accompagna la battaglia/indagine della protagonista su un caso di appropriazione indebita e malversazione di denaro pubblico da parte di un ricco industriale. Affascinante è la potenza con cui viene presentato il personaggio. Una donna brillante con la capacità di incidere sulla realtà riesce a smuovere le acque per nulla torbide in cui scorrazzano allegramente i dindini. Mazzette. Riciclaggio. Modi-che-ancora-il-volgo-non-conosce-di-fare-soldi-sulla-povertà-altrui.

La battaglia contro le banche svizzere, quelle di Londra e i paradisi fiscali si arresta nel finale. Opprimente. “Che se la sbrighino da soli” è l’ultima battuta della poderosa protagonista. Una donna che fino a qualche secondo prima avremmo detto essere alla giustizia come Miranda Priestley è alla moda.

La giustizia.

Mi torna alla mente la citazione del poeta polacco Adam Zagajewski che Erri De Luca riporta su GQ Italia del mese di agosto «Cercavamo la giustizia confondendola con la bellezza».

La giustizia è un po’ bella almeno al cinema, il film preso in esame non è un marvelliano fumetto a proposito di una amabile paladina del bene e del giusto, ma una comédie dramatique sulla vita di un giudice inquirente, il quale, seppur di ferro, resta, come dire, umano. Allora. La giustizia è umana? O la legge che cerca all’infinito di aderire al concetto di giustizia non potrà mai accontentare questi curiosi esseri umani senza che debba intervenire un supereroe? Terribile. Spunta Dio. E spunta anche nel film.

Quando a scuola insegnano a rispettare le regole (migliorabili perché funzionali) e qualcuno non le rispetta si viene convocati dal preside, sospesi, espulsi, ma si può anche restare impuniti. Gli impuniti diranno che le regole sono sbagliate e potranno essere sostenuti anche dai figli della signorina Rottermeier i quali, pur rispettandole, le disprezzano, appunto a causa delle madre, ma guai a cercare delle nuove regole “giuste”, le regole sono sbagliate. Punto.

Quando nella vita ci si accorge che le dinamiche sono le stesse di quando si era a scuola e che si presentano soltanto in modo “allargato” allora la domanda che sorge  spontanea si imbatte in una triste risposta.

 

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