Progetto Omosessualista

Lo pseudo convegno veronese sulla famiglia del domani.

Ricordate il convegno promosso da Famiglia Domani a Verona e difeso pubblicamente dal sindaco Flavio Tosi?

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VERONA sabato 21 settembre al Palazzo della Gran Guardia si svolge il “convegno” sulla teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo? promosso dall’imparzialissima Associazione Famiglia Domani e dal Movimento Europeo per la Difesa della Vita (degli Altri) con il patrocinio della provincia e del comune.

Al primo piano dell’edificio due buttafuori controllano l’entrata della Sala Convegni del Palazzo e al piano terra, sotto il loggiato, gli interventi dei relatori sono trasmessi in videoconferenza, sorvegliata anche questa dalla polizia di stato. Poco più avanti numerose forze dell’ordine, con caschi neri, scudi e manganelli, sorvegliano il presidio di protesta organizzato dalle associazioni lgbt venete.

I relatori proposti si riconoscono in precisi e parziali e orientati ambiti di pensiero. Chiara Atzori è esperta di bioetica, ma propone davvero un dibattito imparziale su eutanasia e simili? Ci speravi? Matteo D’Amico è conferenziere in ambito di teologia morale. Vi lascio immaginare. Roberto Matte insegna Storia del Cristianesimo. Luca Galantini insegna all’Università Cattolica di Milano. Dina Nerozzi è autrice di testi scientifici i cui titoli riecheggiano inquietanti ricordi, ad esempio, Il ritorno allo stato etico. Mario Palmaro insegna bioetica alla -neanche a dirlo- Università Pontificia Regina Apostolorum di Roma ed è redattore della rivista reazionaria di apologetica cattolica il Timone.

L’inizio del convegno è dedicato allo scovare e ribadire secoli di pregiudizi e paradigmi e pregiudizievoli paradigmi. È vero, secoli fa l’omosessualità era perseguitata e quindi non risultava nelle leggi come regolamentata, ed è vero che, anzi, proprio attraverso le leggi è stato condannato Oscar Wilde, ma è altrettanto vero che prima dell’avvento del medioevo, ad esempio durante il periodo della Grecia classica, le cose erano ben diverse.

È accusato a più riprese lo Stato secolarizzato che ha sostituito alla vera Trinità sancita dai testi sacri, Padre, Figlio e Spirito Santo, una versione moderna di libertà, uguaglianza e fratellanza, pur sempre dogmatica ma finta, perché non ispirata. Lo Stato si appoggia perciò a dogmi che discendono dal paradigma dei diritti umani. Riporto gli argomenti cui si appoggiano queste persone perché è interessante capirli per smontarli. Vedete, se il progresso è un’illusione è allora in virtù di questa immutabilità che si dovrebbe asserire che si stava meglio prima? No, si stava “uguali”, quindi non è possibile migliorare e allora perché auspicano un ritorno alla santa inquisizione?

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Raccogliamo le opinioni a fine convegno, ma gli organizzatori alle domande se possono dirci qualcosa in più, come a quelle sui motivi e le necessità che hanno spinto a organizzarlo, o evitano di parlare o dicono di non averci nulla a che fare. Non rispondono volentieri e fanno finta che non esistiamo, forse perché non ci hanno mai visto in chiesa. Si riconferma dunque una totale chiusura al dialogo, un disprezzo di un uomo, magari femmineo, che non rientri nei loro canoni e quindi un’evidente ipocrisia celata nella frase «non siamo contro i gay».

«Ciò che è naturale è evidente, è sotto gli occhi di tutti fin dalla nascita.» ribadisce una signora che non vuole nemmeno far sapere il nome. Ecco, il modo di procedere della discussione da parte di alcuni è così banale e assolutizzante che finisce per ridurre anche le possibilità di risposta del destinatario. Il convegno è stato talmente parziale e in mala fede e volto solo a fare il lavaggio del cervello che è quasi impossibile rispondere argomentando; cosa si risponde allo scherno di un bambino?

E francamente non credo proprio che a loro sia evidente che cosa sia naturale, visto che l’omosessualità in natura occorre nelle stesse percentuali in cui è presente negli esseri umani, (che peraltro sono natura).

Il volantino promozionale «Se vogliamo evitare che questo progetto totalitario diventi una tragica realtà dobbiamo riscoprire il valore sociale, culturale e morale, dei princìpi e delle istituzioni su cui da secoli si fonda la nostra civiltà, a cominciare dalla famiglia naturale.»

Alla domanda su questo “progetto totalitario” ci viene detto che si tratta di omosessualismo.

Il termine identifica un movimento ideologico compatto ma esteso, appoggiato da lobby europee e internazionali, con un chiaro progetto politico ed economico. Gli aspetti di marketing del movimento sfruttano concetti quali libertà e piacere per sovvertire l’ordine del mondo col fine del profitto.

Se non compreso e arrestato in tempo questo progetto omosessualista porterà a uno sfacelo della società. Nel degrado e nella decadenza generalizzati dei costumi sussisterebbero, tra le altre, la pedofilia legalizzata e la generazione di uomini in provetta per il profitto delle multinazionali o per rendere tutti omosessuali.

Ma dove sono queste multinazionali? Forse non sapete che ci sono multinazionali che appoggiano movimenti estremisti e ultrareligiosi come le Sentinelle in piedi, vedi l’articolo.

Razzismo generato dall’appartenenza e dall’insofferenza

In siffatta divertente ipotesi di lavoro mi permetto di sostenere tesi azzardate e controintuitive.Il lettore vigile saprà coglierne l’apporto innovativo e l’aggancio medievale. Se non fantascientifico è comunque azzardato cercare di spiegare il razzismo attraverso la teoria della nascita degli stati; ma attraverso una abbozzata storia concettuale mi sono preso -senza alcuna giustificazione valida- la libertà di unire in un testo poco coeso una realtà come quella del razzismo e un’altra realtà un po’ meno reale come quella della teoria politica, che risultato distantissime fra loro.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché le masse si sono accorte di non essere masse. Gli individui infine capirono (passato remoto perché il processo è concluso) di non essere assimilabili ad alcun gruppo, se non in forza di qualcosa di arbitrario, anche se -attraverso esplicita dichiarazione della volontà- si sottomettessero ad una appartenenza, ciò rimarrà sempre una etichetta, limitata ed involutiva per l’essere umano preso in esame. L’etichetta funziona con le scienze, che catalogano ciecamente, non funziona nelle relazioni, è un’operazione illecita per qualunque essere umano, e la politica è essenzialmente relazione. È da aggiungere che i giudizi categoriali, nella pratica, paiono impliciti, pare impossibile poterne farne a meno, ma ciò perché è un modus vivendi molto comune.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché gli esseri umani si sono accorti che «i partiti non rappresentano le parti[1]». Quando un individuo non basta a se stesso è a causa di un moto esterno che lo porta a considerarsi come incompleto, è perché scivola pericolosamente nel riconoscimento di una infinità di differenze; additando queste ultime ad elementi costituiti della società ed imprescindibili da essa si disillude, perde fiducia nel cambiamento e sebbene in alcuni casi appaia attivo in politica, in realtà non fa politica. Fa qualcos’altro.

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L’insofferenza diffusa verso la società (per esteso) è tipica dei regimi, è tipica delle monarchie, è tipica delle oligarchie, è tipica delle democrazie. Con la rappresentanza indiretta, nelle varie forme di stato, si è cercato di mitigare tale insofferenza, ottenendo per’altro scarsissimi risultati. I delegati sono di fatto, soltanto, in pratica, evidentemente diventati i detentori del potere decisionale, il loro potere se formalmente deriva dal voto, è sempre sottomesso al loro essere umani e dunque gestito soggettivamente.

L’insofferenza diffusa verso la società si cerca di mitigarla -nella contemporaneità- con un volgersi al concetto di cittadinanza attiva. Sebbene io stesso sia sensibile alla questione e più volte mi sia dichiarato favorevole ad una riflessione per l’attuazione di tale rappresentanza diretta, ritengo che sia uno strumento incompleto, il quale può però mitigare molto più a fondo l’insofferenza.

Ma sempre di un’illusione si tratta. Il problema della concordanza tra cittadini, qui sotteso, è legato all’egoismo dell’essere umano, il quale fintanto che si comporterà come un animale, avrà sempre motivo di scontrarsi con l’altro, avrà sempre un atteggiamento hegeliano da autocoscienza che ha un atteggiamento di conflitto (pòlemos) verso un’altra autocoscienza. La politica è implicitamente conflittuale?

Ciò è soltanto un luogo comune e diffuso, esistono altre modalità di approccio, che, siccome meno comuni, sono andate dimenticate, o meglio, sono state fatte sparire dal conflitto che ha inficiato col sangue bestiale l’armonia. Esiste una costruzione sociale malevola e violenta della quale l’uomo che apre gli occhi, l’uomo che demistifica, l’uomo che comprende l’intrinseca irrazionalità del reale, non può non accorgersi.

L’insofferenza si traduce in razzismo. Intendo quest’ultimo termine in senso generale ed esteso, come quel processo nella mente dell’uomo che lo porta a considerarsi diviso dagli altri esseri a causa di differenze di sorta, dalle più evidenti a quelle meno. Violenza. Barbarie. Egoismo. Snobbismo. Bestialità collettiva.

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L’eccesso di senso di appartenenza produce razzismo.

Sebbene l’appartenenza ad un gruppo non generi -come conseguenza ovvia- il razzismo, ma ciò accada solo con l’eccedenza, l’appartenenza anche moderata ha la capacità di instillare credenze nell’individuo.

Non esiste istituzione più animalesca della credenza, e che cosa spinge gli uomini a raggrupparsi se non l’avere credenze comuni? Il pactum unionis riunisce individui che sono una moltitudine in un gruppo unitario che riconosce a tutti i membri una caratteristica comune. Quale? Il territorio? La lingua? La nazionalità? I costumi? L’ethos? No. L’illusione di questo patto di unione sta proprio nel fatto che gli individui si riconoscano tra di loro proprio perché ciò che li unisce è il patto stesso. Peccato che il patto rientri nella speculazione teorico-filosofica e nelle ipotesi di lavoro dei teorici. In tal modo si scopre che non vi è mai stata alcuna stipulazione, semmai qualche contentino che assomiglia alla deliziosa crocchetta che educa l’animale ingannandolo con una falsa percezione.

Caro popolo insofferente, quando ti viene concessa la crocchetta ti accucci, ma non è vero che accucciandoti tu possa sempre mangiare.

Qualcuno obietterebbe: l’illusione che la sovranità risieda nel popolo in realtà è una questione che si riduce al dualismo formale-sostanziale. Allora bisogna condurla con azioni politiche al piano dell’effettività. Ciò è sbagliato, o meglio, incompleto, ma comunque resta molto utile a mitigare l’insofferenza. Argomento: la sovranità deve cessare. L’amministrazione e i burocrati sono i più utili eppure dovranno essere i più sorvegliati.

Tornando all’argomento principale, per non perdere per strada le menti, un modo per eliminare il razzismo è l’empatia. E dato che la storia (udite udite una definizione di storia che non possa essere contraddetta) è un moto empatico verso gli autori del passato, (tanto che ogni autore è giusto se considerato empaticamente per quello che è il suo pensiero), di conseguenza studiare la storia nel modo completamente opposto a quello che riempie il cranio di nozioni, quello diffuso per intenderci, è il modo per soffocare il razzismo. Non la storia per comprendere la mia identità culturale, bensì la storia per distruggere il senso identitario e con esso i pregiudizi, il razzismo, il classismo.

Venne mossa una obiezione, durante una lezione sul razzismo, a chi insegnava «Dato che loro sono i primi ad essere razzisti, siamo noi (italiani) giustificati su questo fronte.» Troppo facile controbattere vero? Non lo farò.

Questa obiezione non è solo banale e ingenua ma anche fuorviante per quello che è il focus centrale.

Il nodo della questione è che non si tratta di un noi o di un voi, ma di un io e di un tu. Sempre.

Una situazione che eccede nell’appartenenza è preferibile solo per chi deve dividere ed imperare. Ecco dove risiede il potere! La sovranità nasce dalle differenze ed in esse si stravacca. La frase: siamo tutti uguali nella diversità. È giusta. Non è uno slogan a caso, vuoto di senso. È il concetto di individuo che non può essere ricondotto ad unità, eppure al contempo detiene uguale ragion d’essere, uguale dignità.

Riferendomi all’attualità gli Stati perdono terreno, il loro essere elemento formale probabilmente subirà un’involuzione a delle macro-regioni, oppure una medesima involuzione in senso opposto venendo ingoiati e digeriti malamente da organismi sovrannazionali verso i quali però, si ricordi, c’è una concessione solo di parte della sovranità.

Dunque, ricapitolando, la sovranità è concessa dal popolo a chi lo rappresenta nella stato (ma nella teoria risiede ancora nel popolo), dai rappresentanti allo stato (passaggio inutile da sottolineare), dallo stato all’organismo sovrannazionale. In realtà, (demistifichiamo e tenetevi forti) «La sovranità del popolo non è mai esistita e gli stati sovrani non ci sono più; dov’è allora la legittimazione democratica?[2]». All’attuale chi governa sono le banche, il problema che si pone è se dirigano correttamente oppure no dal punto di vista pratico e amministrativo. Le banche però non devono nulla al popolo, i passaggi sono troppi e la gente si perde, persino i banchieri si perdono, tant’è che ti concedono la casa a debito. È uno scherzo. Ribaltiamo. Noi, popolo, concediamo a chi amministra il nuovo Dio-che-tutto-muove la possibilità di dirigerci, a patto che amministrino decentemente, distribuendo ciò che è giusto, ossia ad ognuno secondo le sue necessità, ad ognuno secondo ciò che merita.

Il razzismo trova terreno fertile quando si sommano vari contesti:
– quando vi è insofferenza verso un governo che non guarda al di là di un sistema economico che si è eternato,
– quando ci si rifugia nelle opinioni comuni, senza concepire che i pensieri degli altri nella propria testa possono essere fatti fruttare e possano creare magari qualcosa che si distacchi un minimo, qualcosa di nuovo,
– quando si soffre e non si esprime il proprio dolore perché sconveniente per la dignità. Quale dignita? È più degno chi piange ed esterna di chi reprime.

È in questo universo di credenze sbagliatissime che si alimenta il razzismo. Cibo e casa sono per l’uomo sereno, e con questi altri derivanti di quel concetto che solo quando saremo estinti potremo afferrare qual è la giustizia.

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[1] Giuseppe Duso, cit. orale, lezione del 27.03.2012 di filosofia politica, si veda a proposito S. CHIGNOLA, G. DUSO, Storia dei concetti e filosofia politica, Franco Angeli s.r.l., 2008, Milano

[2] Ivi

Foto © Guy Denning, Dereck Overfield

En el espejo del cielo

En el espejo del cielo, diretto da Carlos Salces nel 1997 è un corto di dieci minuti, poetico, senza alcun parlato, che narra di un bambino messicano che vive con la madre in un povero casolare al limitare dei filari di un campo di mais.

Il titolo stravolge la concezione linguistico-verbale che si riferisce all’immagine dell’acqua la quale notoriamente rispecchia il cielo e non viceversa. In tal senso sorgono spontanee alcune domande: qual è la realtà vera? Cos’è che non capisce il niño del cortometraggio?

Si rimane spaesati e confusi durante la visione dei dieci minuti de nello specchio del cielo per la questione già ribadita dell’assenza di dialogo e per l’improbabilità della situazione familiare: un bambino che vive solo con la madre? Perché il padre è morto? È solo assente? Come fanno a vivere? Com’è vista una madre single in quella realtà? E ancora, tra le domande comuni che durante la visione ci si potrebbe porre con disattenzione, com’è possibile che la loro realtà sia così distante dalla nostra?

Propongo una serie di domande perché nessuno è in grado, eccezion fatta per il regista del corto, di dare delle risposte certe. Non si sa nemmeno se Salces abbia riflettuto tanto quanto noi sul contesto, magari per lui è normale e naturale una realtà di quel genere; realtà che ai nostri occhi appare distante, quasi impossibile da comprendere.

La macchina da presa non compie ciò che Verga compiva con la penna, non si cerca cioè di rappresentare nei termini realistici di un ritrovato neorealismo anni ’50 una realtà. La poetica delle riprese è fantasiosa e girovaga. Una zingara. Ma è anche surreale, se davvero passassero tanti aerei in cielo in quelle zone forse è perché qualche compagnia ha costruito una sede distaccata nel terzo mondo per ammortizzare i costi di gestione.

La maglietta azzurra del bambino rimanda al cielo, rimanda alla pozza d’acqua. L’aereo compare in cielo e compare sulla pozza d’acqua. La classica domanda: cosa fa lo specchio? Chi è lo specchio? Che cosa riflette lo specchio? Da quale delle parti si rintraccia la realtà? Il bambino prima guarda il cielo, poi si getta in acqua. Quando guarda il cielo dirige gli occhi in alto, lo vede proprio l’arrivo dell’aeroplano. Ma vede anche l’aereo nella pozza, allora nella pozza pensa ci sia l’aereo?

Sua madre è troppo occupata a metabolizzare il probabile lutto stendendo calzini.

Il bambino deve ancora svegliarsi dal suo sogno? Secondo una interpretazione sì. Si sveglia al momento di lavarsi il viso con l’acqua del laghetto. L’acqua si increspa, la realtà lo avviluppa.

Il paesaggio è povero, essenziale, naturale, da subito gli elementi vengono collegati al cielo. Persino quando viene inquadrata la tavola apparecchiata di poco o niente, nel momento in cui quel pranzo frugale viene ripreso frontalmente una luce giunge quasi contraria all’inquadratura. Il piatto, la zuppa, il controluce ci portano a pensare al Mangiafagioli di Annibale Carracci, il quale dipinge una simile luce proveniente da una finestrella laterale, e riporta col pennello un contesto povero che ben si confà all’ambient del cortometraggio di Salces.

Oppure la luce è l’anima del padre che veglia sul figlio dall’alto, che osserva l’ingenuità del figlio e ride senza scherno come solo un morto può fare?

Nello specchio dell’acqua è stato utilizzato anche da una banca per uno spot, lo slogan della campagna pubblicitaria conferma che la banca è disposta a tutto pur di realizzare i tuoi sogni, siamo cristallini, come l’acqua, ci capisci e ti capiamo, è così che puoi realizzare i tuoi sogni.

Lo sguardo della madre vorrebbe significare una sorta di pretesa materna che il figlio cioé stia con i piedi per terra, che i clienti della banca sappiano che non è un realizzare-sogni aleatorio, ma qualcosa che sta con i piedi per terra.

La madre è tagliata nello spot.

In contesti di povertà di quel genere la figura paterna non manca, non deve mancare, è la figura adibita ai lavori pesanti eccetera, un po’ come accadeva trai cavernicoli. Qui manca.

La madre dunque si sostituisce o si aggiunge all’idea che il bambino sia ostacolato nel suo agire, ma persevera, all’idea che il bambino sia impaurito dalla reazione della madre se venisse a scoprire che cosa ha lui fatto sentendo il rumore che la bara(?) fa di notte, per questo motivo andrà a nasconderla nel granaio.

Ma è sempre l’immaginazione del niño il motore fondamentale di tutto.

Un insegnamento da trarre è di imparare nuovamente a sognare? No. Scontata e abusata.

Possiamo srotolare qualcosa di psicanalisi? Potrebbe essere l’elaborazione di un lutto. Sindachiamo nella psiche del bambino e scopriamo che la sua realtà si discosta sì dalla realtà che ci aspetteremmo lui percepisse, ma che ciò non comporta affatto un problema, perché –e qui permettetemi di roteare gli occhi– noi con i nostri sogni siamo imbattili perché non smetteremo mai di sognare e di pestare i piedi in testa alla gente perché facciamo del cielo e dei nostri sogni (i nostri interessi) motivo di vanto, motivo di prevaricazione, un modo come un altro per scavalcare i concetto di umanità, costruitosi per gradi a partire anche, secondo alcuni, da un’idea assolutistica di società civile, un concetto che questi eserciti di sognatori narcisistici e immaturi non capiscono per nulla. Pongono i sogni, le aspettative e le speranze sopra una giusta dose di calunnie moralistiche. Tutto ciò è approvato. Ma porre il surrogato di se stessi-sognatori anche sopra gli altri, questo è soltanto delirante relativismo soggettivista.

Dal punto di vista formale, visivo e sonoro, non si rappresentano dinamiche realistiche. Dunque le si lega all’idea di realtà immaginata. Un ossimoro. Realtà immaginaria. La realtà è quella che immagino io. Sì. In manicomio. Se l’abbacinamento è collettivo, solo allora nessuno parlerà di follia.

La ripresa più interessante è un’inquadratura che, senza soluzione di continuità, passa dall’immagine riflessa in un secchio d’acqua del bambino, al cielo e all’azione seguente, riproponendo la stessa atmosfera visionaria dei titoli di testa, molto belli e coerenti con la narrazione.

Salces parla di libertà e immaginazione. Insomma: l’immaginazione rende liberi. Tua nonna.

Ma in effetti non c’è spiegazione. L’inventiva autodeterminazione proposta da Salces vola. Vola come l’aereo in cielo, vola come lo sguardo brillante del bambino, ancora pieno di curiosità e ammirazione per la vita e per il mondo.

Che fare dunque se ogni considerazione a riguardo del corto può essere inutilmente accettata come ragionevole e irragionevole?

Immaginate amici. Immaginate e siate visionari e diventate migliori degli altri e pestategli i piedi, le teste con i piedi, mangiate il riso sopra di loro.

Come conquistare la persona del cuore

Da sempre, in una società che si rispetti, si è cercato un metodo per far scoccare le frecce di cupido o almeno per permettere all’arco dell’amore di tendersi. Come si comporta l’uomo cacciatore a tal proposito? O, come si direbbe ai giorni nostri, qual è la metodologica serie di azioni che fa di una persona, non una semplice persona qualunque, bensì un playboy? A questi interrogativi gli studiosi hanno sempre tentato di rispondere, ma senza arrivare a dei veri e concreti risultati.

Ed è anche per questo motivo che bisogna seguire i tre comandamenti del vero cacciatore.

Cominciando a levarsi dalla testa tutte quelle idee confuse di buona educazione che sicuramente i genitori, i nonni, gli zii e i parenti tutti hanno sempre cercato di inculcarvi in testa. La gentilezza dev’ essere ambito di competenza della donna. L’uomo si faccia spazio tra gli altri “a spallate”, non ceda il posto e guardi sempre quello che vuole guardare, e tocchi sempre quello che vuole toccare, perché non è un segreto che alla donna piaccia essere maltrattata. Sentirsi soffocata dalle braccia prepotenti del suo uomo o meglio padrone. L’educazione del playboy insegna inoltre che quando la donna è in crisi bisogna demoralizzarla ancor di più, finché non penserà che l’uomo che ha davanti sia l’ultima cosa rimastagli, e si getterà fra le sue braccia. Scortesemente allora la bestia predatrice si scansi e schiaffeggi la preda. È così conquistata.

Ma passiamo ora ad argomenti più specifici.

In caso di invito a cena è consigliabile non scrivere inviti e non programmare niente ma prendere al volo il bottino e trascinarlo in qualche locale decadente di bassa reputazione. Meglio se frequentato da spacciatori e vecchi ubriaconi.

È importante che la preda non si senta a proprio agio. In questo caso infatti sarà talmente spaesata, da vedere nel suo uomo l’unico vero fermo punto di riferimento.

Sia a pranzo, sia a cena, mangiare in piedi è una prerogativa. Niente antipasti ma si passi subito a qualcosa di genuino come un cinghiale crudo o preferibilmente moribondo, non è tradizione l’utilizzo dei fornelli. Il sesso forte deve scuoiare l’animale e lasciare che sia la donna a prendersi le parti più sanguinanti. Si raccomanda di non sedersi e di appoggiare qualsiasi portata dove capita o al limite per terra.

Detto questo, il tocco finale della conquista da vero playboy è il solo-ricevere-e-accettare.

Non offrite niente se volete che il vostro oggetto femminile vi sposi all’istante, altrimenti se volete mantenere solo una relazione occasionale potete scegliere il regalo che preferite, meglio se non è una pianta, o se al limite non avete altro da offrire siate premurosi e tagliate via dal vegetale il fiore.

La recisione di tutto quel colore demoralizzerà la partner che si imbottirà di psicofarmaci non riuscendo più a distinguere la realtà dalla finzione. E arrivati a questo punto controllerete l’oggetto come se fosse  nel palmo della vostra mano.

Trai piccoli suggerimenti per concludere c’è quello di non ringraziare mai ed esigere sempre, non aiutare in alcun modo in nessun ambito la propria donna e non curare per nessun motivo il proprio aspetto.

[ preso da un vecchio documento Word finito in una cartella sperduta di un hard disk esterno e ritrovato – Federico, alias Dede Nancy 2005 ]