Postmodernism

pornografia-per-plutocrati Guy Denning

Riguardo alla questione della forza dell’indole dell’atteggiamento, Nietzsche è molto chiaro, stranamente –come profeta di Dioniso– ci riferiamo alla «forza creatrice, foggiatrice e capace di trasmutazioni del saggio; sottolineando l’elemento proteiforme, molteplice, multiforme, plastico, imitativo, riproduttivo, trasfigurante della maschera aristocratica.»

[cit. G. GURISATTI, Scacco alla realtà, 2012, Quod libet, Macerata]

[img. G. DENNING, Pornografia per plutocrati, Novembre 2012]

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Chi si è innamorato di Macchiavelli?

“Quando una banca può controllare la sovranità degli Stati, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione.”

Continuano i dibattiti e le riflessioni per il cinquecentenario dalla pubblicazione del Principe di Niccolò Macchiavelli. 

Macchiavelli se non altro ha indagato a fondo alcune dinamiche della politica e orientato i suoi studi senza morale.

In un brillante saggio M. Ricciardi sostiene che Macchiavelli nell’opera I Discorsi preferisse Roma e la sua struttura sociale all’oligarchica Venezia, perché Roma aveva quell’unità sociale che era garantita da istituzioni come il tribunato della plebe e aveva il cittadino armato pronto a difenderla e anche ad espanderla.

Venezia, invece, si serviva dei mercenari per proteggersi e questo ovviamente avrebbe consentito la diffusione della corruzione e pertanto alla decadenza. Se i soldi fossero il corrispettivo della passione.

L’autore del Principe pone il lettore di fronte molte constatazioni di un realismo schiacciante. Il suo intento era quello di prodursi in un’analisi lucida e forse un po’ cinica. Oppure anche lui era guidato da alcune particolari passioni.

È vero che una certa disposizione d’animo alla decadenza vede nello spirito di Venezia un esemplare sottile e raffinato. La Serenissima Repubblica non è solo espansione mercantile. È risvoltino dell’opulenza. A onore del vero un ampliamento di carattere militare diffonde lo stesso cultura, lingue, usanze, costumi, ma è grezzo, non è subdolo come un colonialismo economico.

Quando una banca può controllare le sovranità statali, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione. Anche Des Esseintes si imponeva sulla realtà esterna e sul suo corpo, ma non di certo alla maniera di un atleta olimpico.

Le istituzioni dello stato di natura secondo chi non ha capito nulla.

Il gallo non canta più perché vien strozzato dalla ruvida donna di campagna.

Simplicio spiegava il creazionismo «Il mondo poggia sull’elefante e l’elefante poggia sulla tartaruga.» Allora su cosa poggia la tartaruga? E perché Venere non ha il campo magnetico?

Perché Venere è amore?

Perché le misurazioni fin’ora condotte sono prevalentemente spettrografiche e la massa di Venere è troppo fumosa per permettere una rilevazione adeguata?

Domande per chi ha paura della scepsi.

Cavalli impazziti belano nello stato di natura.

Che schifo la natura.

È tutta colpa della physis. Grazie physis d’esserci! Altrimenti come faremo noi col nostro Esserci ad esserci? Come faremo ad invecchiare? A ripeterci nella generazione? A decadere?

E la pecora bagnata -che ho visto, era belata– mangiava erba squisita. Squittiva.

Il bonobo rantolante è il nostro Dio. Occuperà lui il trono! A lui le nostre prossime riflessioni morali!

I bonobi rantolanti gemono sordidi nei confessionali.

Gli uomini finalmente si sono estinti.

Cavalli impazziti gridano e sputano addosso ai lama durante l’ipotesi di lavoro mai-esistita-che-mai-esisterà altresì detta stato di natura.

E le cavalle coalizzate con le vacche uccidono i puledrini -protetti invano dal bue di m***a defecato dal tirannosauro- e ne fanno sfilacci morbidi e deliziosi che gusteranno le teste di cazzo di toro.

Altre cavalle si gassano in cucina a trentacinque anni.

Sono i germi del male, il quale -senza società- può proliferare dando origine alla società.

Che il libello di Hobbes sia tanto più inattaccabile logicamente quanto più sia inutile e quanto più gli sia riconosciuto il merito di aver derivato e giustificato il concetto di sovranità, è chiaro! La mistificazione logica sta nel fatto che nessuno sarà mai una cosa sola. Non posso mentire sempre. Non posso sempre dire la verità. Ancora una volta si totalizza la discontinuità, fallendo.

Mistificazione logica ridicola, mio caro. Ci vuole πρᾶξις.

Prendi Filmer, lui si è nascosto sotto il suo saio, dopo essersi accorto che il suo concetto di potere giustificato da una discendenza patriarcale è stato sgretolato da una lautreamontese martellata-spacca-cranio. Quanto è ridicolo un sovrano che eiacula il suo popolo? Certo, trattasi di una analogia, come il padre col figlio, così il sovrano con il popolo. Non significa certo che il sovrano debba andare di fiore in fiore senza preservativo. Il padre ha diritto e potere sul figlio solo perché è suo padre, quando in effetti il padre non sceglie il figlio e il figlio non sceglie il padre. Allora diremo che ne ha diritto perché ci conviene e ci convive giorno dopo giorno ed è più grande di lui, ma allora il fratello maggiore? E se il padre non è mai presente? (cosa che accadeva non di rado in passato) E perché continuiamo a non comprendere le donne? Eppure la regina Elisabetta -o se potessero ghigliottinarla solo per i cappelli- è immortale. No. Io ho diritto su di te perché tu sei stato nelle mie p***e. Nei miei scroti. Eri viscido e succulento sperma. Non disperarti, lettore, lo eri anche tu!

Vogliamo vivere in un mondo che si giustifica sulla discendenza di sperma? Fate pure ma Locke resta il meno peggio dei leccasanti.

Federico

Arcivescovo di Trento: Gay si diventa

La notizia è stata diffusa sul web dall’immancabilmente puntuale UAAR (Associazione Atei Agnostici Razionalisti), un’associazione che in barba a Gianni Toffali ed altri estremisti, si propone di diffondere notizie a proposito di ateismo e anche omosessualità; quell’omosessualità tanto osteggiata dalle confessioni religiose più tradizionaliste.

[fonte della notizia http://www.uaar.it/news/2010/12/23/arcivescovo-di-trento-gay-si-diventa/]

Non scriverò un articolo perché questa dichiarazione non è davvero da prendere in considerazione come notizia.

Dede

Personale Commento dell’opera “La Tempesta” di Shakespeare

Leggendo “La Tempesta” non si può non rimanere scioccati dal linguaggio infarinato di belle parole e di esagerati frizzi e lazzi introdotti. Penso che Shakespeare in quest’opera abbia raggiunto l’apice della sua tediosità.

La trama non sembra nascondere alcun senso profondo e a cercare di darglielo possono provarci migliaia di ragionamenti machiavellici. Sarà anche una sorta di testamento, un lascito che preannuncia il suo ritiro, ma ancora, il ripetersi continuo dei ruoli dei personaggi nelle varie sue tragedie e l’intreccio quasi nullo delle vicissitudini, la rende priva di originalità. Forse il nucleo tragico è sempre lo stesso perché l’uomo è pur sempre un uomo?

Come opera dà l’impressione che chiunque munito del dizionario dei sinonimi obsoleti l’abbia potuta scrivere. È un’impressione superficiale. 

Esprimo un giudizio negativo soprattutto per il fatto che Shakespeare mi ha emozionato diverse volte perciò avevo un’aspettativa piuttosto altro, inoltre credo che il teatro possa dare di più di qualche bella parola in perfetta retorica drammaticamente romanzata.

Dalla lettura ho potuto comunque riconfermare quello che lo studio del teatro elisabettiano mi aveva già comunicato, ovvero quanto il genere shakesperiano sia distante dall’apprezzamento comune e quanto le battute del testo siano all’opposto di quel carattere chiamato spontaneità; spontaneità che diventa eccessiva quando veicolata da canovacci e maschere della commedia dell’arte.

Non nego la fatica di prestare attenzione a tale opera, infatti due ore di rappresentazione e come minimo altrettante di lettura pesante e per niente stimolante mettono a dura prova anche lo spettatore o il lettore più appassionato.

A parer mio è un’opera che non rende omaggio alla fama che il nome di Shakespeare porta nel mondo.

Dunque concludo il mio commento chiedendomi, in modo anche un po’ retorico, se ho letto questo testo ancora con un pensiero immaturo o se davvero c’è chi può sostenere le mie argomentazioni ed esserne concorde.

Il cacciatore di aquiloni Khaled Hosseini

LETTURA INTEGRALE DI OPERE

Khaled.Hosseini Il cacciatore di aquiloni

 

C’è stato un tempo in cui Kabul era una città in cui volavano gli aquiloni e in cui i bambini davano loro la caccia. Amir e Hassan hanno trascorso lì la loro infanzia felice formando una coppia eccezionale nei tornei cittadini di combattimenti tra aquiloni. Ma, anche se loro crescevano felici maturando un’invidiabile amicizia, la politica e la personalità dell’Afghanistan non erano mai state così deboli. Limiti dettati da un pensiero rigido imponevano che tra questi due amici vi fosse un abisso. L’uno il padrone e l’altro lo schiavo. E fu proprio il suo essere schiavo che portò Hassan ad essere il primo a subire gli abusi di un gruppo di ragazzi fondamentalisti islamici. Lui, il ragazzo dal viso di bambola, non voleva cedere l’aquilone della vittoria, quell’oggetto per il quale il padre di Amir sarebbe stato orgoglioso del figlio. Quindi fu per troppa fedeltà al suo padrone che venne privato della dignità? O per una sua semplice ristrettezza mentale di non riuscire a cedere ai ragazzi quei quattro bastoncini incrociati?

Amir, il bambino con il ruolo del padrone che soffriva il mal d’auto e piangeva se provava emozioni forti, aveva visto tutto ma non era intervenuto. Ed è questo un motivo sufficiente a vivere una vita di rimpianti? Evidentemente secondo il protagonista sì. Infatti non si da pace e finisce col rendere impossibile la vita degli schiavi che decidono di abbandonare la casa di Baba, che è il padre burbero, impulsivo e poco pensante.

E contemporaneamente la storia non si ferma. Tra scambi di potere e colpi di stato la prestigiosa famiglia di Amir si trasferisce negli Stati Uniti. Lì, scopre un mondo nuovo, poco interessato all’onore e alla forza bruta. Il figlio crescerà, si diplomerà, si sposerà con una sua connazionale e vedrà il padre morire felice. Come mai allora torna in Afghanistan?

Bisogna analizzare il romanzo per darsi una risposta. La mentalità che ci viene proposta è terribile e allo stesso tempo distantissima dalla nostra. Dunque Amir si sente in colpa per una cosa che non ha fatto e che non poteva impedire. È ridicolo ma vuole pagare il fio delle sue colpe fittizie.

Non ci si può piangere addosso, caricarsi di colpe inesistenti, vivere una vita soffocata, pensare di aver ucciso la madre con la propria nascita e avere un’infanzia (e non solo) perennemente proiettata ad ingigantire l’orgoglio del padre. Non si può.

Il protagonista è irritante e non dà alcun messaggio se non quello di quanto è brutto l’Afghanistan e di quanto le sue tradizioni siano barbariche.

Ma guardiamoci intorno. Le persone che lo circondano sono veramente persone? Ragionano come tali? Sono asini sempre a pensare alle gesta, alle imprese, all’onore e a come tutto sia pulito e glorioso. Esiste un periodo storico, molto indietro nel tempo, dove si dava importanza al giudizio della comunità, ai legami di parentela con gli eroi, e gli storici lo hanno denominato “società della vergogna”.

Quale termine più adatto per intitolare tutti i pensieri di Amir riguardo se stesso e la sua non adeguatezza? Amir è Amir. Non il figlio riconosciuto di Baba che incarna tutte le qualità del padre. Il talento e la stupidaggine non sono genetici. I tratti del viso, le caratteristiche fisiche, queste cose sono tramandabili da padre in figlio, ma non il coraggio di ammazzare un orso a mani nude. E comunque non c’è niente di male nel non saperlo fare. Anzi, trovo che il personaggio di Baba sia diseducativo e non è certo una cosa giusta che si spenga espiato di tutto il male che ha commesso nel suo passato.

Vogliamo parlare della moglie di Amir? L’unica cosa giusta che ha fatto, scappare con un uomo, l’ha rovinata per sempre. Ha distrutto tutta la sua vita in una sola volta. Chissà cosa sarebbe successo, mi chiedo io per curiosità, se fosse scappata con una donna.

Riassumo quello che in generale pensa Amir: ho vissuto una vita da afgano fortunato e ricco.

E aggiungo un mio pensiero che mi turbinava nella mente mentre leggevo il cacciatore di aquiloni: sono infinitamente fortunato a non essere nato in Afghanistan.

In sunto, valuto positivamente il romanzo. È un testo ricco di emozioni e di colpi di scena e finalmente qualcosa che non sia di Magdi Allam che fa riflettere su quanto sia inutile la religione vista come un’imposizione rigida che porta al fanatismo. Perciò il giudizio è totalmente positivo e, aggiungerei, un grazie particolare a Khaled che mi ha fatto riflette e ragionare circa un realtà distante che mai mi sarei aspettato di conoscere e criticare.