Conosci, comprendi, costruisci!

Conosci te stesso. Comprendi il mercato. Costruisci il tuo futuro.

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Il Progetto Lab Inn 2.0 (laboratiorio innovazione) vuole essere un’opportunità concreta di valorizzazione dei giovani del territorio e prevede l’attuazione di iniziative per facilitarne l’ingresso nel mondo del lavoro e dell’imprenditoria. Prevede finanziamenti agevolati, bonus sugli acquisti, supporto e tutoraggio professionale per l’analisi dell’idea di impresa e della situazione del mercato.

Lab Inn 2.0 comprende due tipi di partecipazione, una prima incentrata su un percorso di formazione e bilancio delle competenze personali, una seconda rivolta a chi vuole elaborare una propria idea d’impresa, o ha già le idee chiare ed ha bisogno di un finanziamento per cominciare. Si può partecipare sia al percorso formativo, sia al concorso per startup, o solo ad uno di questi due percorsi.

Tutte le informazioni di cui hai bisogno sul LabInn 2.0, le trovi sul sito www.labinn20.it Puoi partecipare al Lab Inn 2.0 se hai tra i 18 e i 35 anni, e se risiedi in uno dei territori di competenza dei promotori. I requisiti dettagliati sono elencati nel Bando.

L’evento lancio si terrà Venerdì 10 gennaio 2014 alle 18.30 all’Enoteca Veneta in via Giovanni Dalmasso 12, Conegliano.

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Lab Inn è possibile grazie alle collaborazioni con Banca della Marca, Confartigianato Conegliano, Artigianato Trevigiano, Consorzi Veneto Garanzie e Cofitre, Rotary Club Conegliano-Vittorio Veneto e i 12 comuni del coneglianese: Codognè, Conegliano, Gaiarine, Godega di Sant’Urbano, Mareno di piave, Orsago, San Fior, Santa Lucia di Piave, San Pietro di Feletto, San Vendemmiano, Susegana, Vazzola.

Chi si è innamorato di Macchiavelli?

“Quando una banca può controllare la sovranità degli Stati, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione.”

Continuano i dibattiti e le riflessioni per il cinquecentenario dalla pubblicazione del Principe di Niccolò Macchiavelli. 

Macchiavelli se non altro ha indagato a fondo alcune dinamiche della politica e orientato i suoi studi senza morale.

In un brillante saggio M. Ricciardi sostiene che Macchiavelli nell’opera I Discorsi preferisse Roma e la sua struttura sociale all’oligarchica Venezia, perché Roma aveva quell’unità sociale che era garantita da istituzioni come il tribunato della plebe e aveva il cittadino armato pronto a difenderla e anche ad espanderla.

Venezia, invece, si serviva dei mercenari per proteggersi e questo ovviamente avrebbe consentito la diffusione della corruzione e pertanto alla decadenza. Se i soldi fossero il corrispettivo della passione.

L’autore del Principe pone il lettore di fronte molte constatazioni di un realismo schiacciante. Il suo intento era quello di prodursi in un’analisi lucida e forse un po’ cinica. Oppure anche lui era guidato da alcune particolari passioni.

È vero che una certa disposizione d’animo alla decadenza vede nello spirito di Venezia un esemplare sottile e raffinato. La Serenissima Repubblica non è solo espansione mercantile. È risvoltino dell’opulenza. A onore del vero un ampliamento di carattere militare diffonde lo stesso cultura, lingue, usanze, costumi, ma è grezzo, non è subdolo come un colonialismo economico.

Quando una banca può controllare le sovranità statali, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione. Anche Des Esseintes si imponeva sulla realtà esterna e sul suo corpo, ma non di certo alla maniera di un atleta olimpico.

Spread schizofrenico. Crisi finanziaria tendenza del capitale.

Sentiamo mille e più volte la parola spread ma non ci arrischiamo a spacciarci per economisti. Be’… dovremmo. O meglio, più che improvvisarci economisti, vorremmo strozzarlo questo spread ma non siamo sicuri se il fatto di strozzarlo migliorerebbe o peggiorerebbe la situazione. Ascoltando e guardando i media, distantissimi dalla realtà delle cose, ci chiediamo inoltre se esista una schizofrenia capitalista e, dunque, pure uno spread schizofrenico.

Tra i mille piani d’immanenza dell’opera di Gilles Deleuze, c’è un testo che appassionò diversi intellettuali italiani degli anni Settanta, scritto in collaborazione con Felix Guattarì: L’anti-Edipo, apparso nel 1972.

È il testo che cita Antonio Gnoli su Repubblica la domenica del 5 agosto 2012, titolando «Se per Deleuze lo spread è l’inconscio del capitale».

«L’anti-Edipo porta come sottotitolo “Capitalismo e schizofrenia”. Deleuze e Guattarì riconducevano quest’ultima […] ad un’esperienza in grado di liberare il desiderio dalla sottomissione all’oggetto. […]

Che cos’è lo spread se non il sintomo che il grande inconscio del capitale detta all’agire delle nostre vite

L’analisi del giornalista si pone in un’ottica che legge il capitalismo «fuori dalle pastoie freudiane» però considerandone l’aspetto inconscio. Analizzare questo inconscio del capitale può aiutarci a leggere le attuali crisi finanziarie come provocate da spinte invisibili verso il disastro. Spinte che, negli autori dal Novecento in poi, hanno dei nomi ben precisi.

Volens nolens con Marx possiamo leggere la crisi finanziaria come tendenza immanente al capitale stesso, con Freud subito dopo, a proposito della crisi finanziaria, notiamo che è un qualcosa proprio del sistema, insito in esso, inteso tout court, e dunque si presenta un “qualcosa” di indefinibile per chi è immerso nel vortice, che ha una terribile somiglianza con le pulsioni di morte umane.

Se assumiamo che la nostra società è umana, è una divertente ipotesi affermare che anche nella società, che obbliga alle rinunce pulsionali per instaurarsi, esistono delle pulsioni aggressive, dello stesso tipo, dirette verso se stessa. Non solo gli uomini che le sfogano con la guerra, ma anche la società stessa che dentro di sé si corrode e le sfoga sugli uomini. Suoi creatori.

Speranza? Nessuna. Ma da una crisi finanziaria il sistema ne esce rinnovato (purtroppo non diverso) solo cambiato di qualche aspetto, nella distribuzione delle ricchezze e nei modi di produzione. Esce un uomo nuovo, pronto a subire ancora gli effetti di forze ambivalenti ed oscillanti.

Non ringraziate i SALDI

Più che un articolo, trattasi proprio di un post down-to-earth, un post di un blogger che si chiede perché dobbiate ringraziare i saldi. Un mio amico disse un giorno:

“non sopporto i saldi perché permettono cose e capi a persone che non potrebbero permetterseli, se io pago tanto una cosa voglio che resti tanto e che costi tanto.”

Tralasciando che è inflazionalmente irrecepibile che un prezzo resti bloccato –escluse politiche aziendali in tal senso, e anche in questo caso senza interventi il prezzo tende ad abbassarsi– e tralasciando che non fu più tanto mio amico, mi chiedo se tutti abbiano realmente compreso il senso dei saldi.

La produzione di merce genera tanta merce, e quando dico tanta, intendo tanta. Per produrre altra merce e generare ulteriore profitto, bisogna smerciare, ossia vendere tutta la merce in esubero, ed evitare così i tanto temuti vertiginosi cali sui prezzi. Una delle modalità meno indolore di distruzione dei beni e delle merci è la svendita di campionario, i saldi e così via.

Non ringraziate i saldi, perché è lo stesso sistema che obbliga le ditte e i grandi produttori ad attuarli. Il modo peggiore in cui la merce viene smaltita per far spazio ad altra merce è quando viene bruciata.

Non piangono in tanti se vengono bruciati stock di migliaia pantaloni e magliette, ma quando vengono distrutti beni di prima necessità come il pane, la verdura e la frutta proprio nelle vicinanze di paesi che patiscono perché i fruttivendoli hanno prezzi altissimi e la gente tira la cinghia.

È da quando sono finiti gli Anni d’Oro, gli anni in cui nascono le società off-shore e i paradisi fiscali, che progressivamente la gente tira la cinghia. Prima o poi la cinghia finirà, e speriamo che la gente reagisca al posto di lasciarsi deperire.