Ruminare la morte del padre

La storia si fa o non si fa. Ma veramente rispetto alla morte del padre la notizia è lenta. Si sarebbe in torto nell’imbarcare Nietzsche in siffatta storia. Poiché Nietzsche non è colui che rumina la morte del padre, e che passa il suo bel paleolitico a interiorizzarlo. Al contrario: Nietzsche è profondamente stanco di tutte queste storie intorno alla morte del padre, della morte di dio, e vuol porre fine agli interminabili discorsi su questo, discorsi già di moda al suo tempo hegeliano.

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G. Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, 2002, Einaudi, Torino, p. 118.
“Untitled”, 2007, Drawing, ink and graphite on paper – credits to © Mary Czekalinski, artdoxa.com

Omocausto e sentinelle in piedi: i grandi problemi col reale

Seppure alcune ricerche antropologiche descrivano efficacemente i movimenti antigay in cui ci imbattiamo oggi, non problematizzano e non colgono il fondo teorico tutto religioso di questi fenomeni che si sviluppano da rapporti complessati con il reale.

«Sapete solo insultare, noi vogliamo gli argomenti»

«Noi organizziamo convegni, voi parate.»

Ho sintetizzato in due affermazioni gli argomenti principali dell’attuale lotta contro l’omosessualismo, mentre le mostruosità nazifasciste non hanno bisogno di esplicitazioni ulteriori.

La seconda affermazione è falsa, mentre la prima è circolare. Alla luce di ciò ritengo improbabile considerare schiaccianti le affermazioni di un certo conservatorismo.

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Cari amici,

La premessa, tutta personale, che vorrei anteporre all’intervento sull’omocausto, è che i matrimoni e le adozioni per le coppie omosessuali sono vittorie leggere della democrazia. Bisogna davvero ripensare i rapporti e i dispositivi concettuali in cui nuotiamo inconsapevoli.

Mi sono sempre riferito alle sentinelle in piedi come a individui come tutti noi ma contraddistinti da un gusto apocalittico. Non è un caso che questo genere di fenonemi antigay – e non serve una borsa di studio per capirlo – si sviluppi in ambienti dove le idee circolano ma senza libertà di connessioni, in ambienti in cui è forte la componente religiosa. Quest’ultima fa sempre riferimento al buon senso e al reale seppur si ritrova a negarli entrambi all’occorrenza, quando propone –con scaltra ratio– di amare i propri nemici e quando propone di vivere nel mondo ma non essere del mondo.

I militanti prolife leggono il reale in modo che sia razionale e ritengono che ciò che per loro è razionale sia fatto reale. [vedi questione sulla famiglia naturale della Cost. it. termine da sostituirsi con razionale]

La naturalità della società è la normatività dell’elemento ricorrente e dire che le foglie sono verdi significa legittimarsi come gli unici a vedere le cose come stanno, come gli unici paladini della vita contro i cavalieri neri della morte. E chi cavalca gli oscuri destrieri? Per la precisione le lobby gay del nord del mondo. Se mi stanno leggendo gli “uomini” di tali associazioni lobbistiche di invertiti che camminano con le orecchie, lancio un appello di aiuto, continuate pure questa opera apocalittica di distruzione di massa ma aiutate gli omosessuali indigenti.

Ritorno serio. È cristallino che, per queste frange estremiste, naturale è sinonimo di morale; ma soprattutto di razionale. Così la sovrastruttura etica è biologia, è dna, è evidenza. L’approccio delle scienze oggi resta critico, scientifico, ma alcuni trovano sia più facile farsi abbagliare da presunte verità paradigmatiche.

Comunque il parametro della frequenza non è abbastanza per additare qualcosa come naturale, come non lo è quello degli ‘usi e costumi’. Come non esiste che Tizio e Caio, sulla base di qualche osservazione, ascrivano del finalismo a un concetto per niente delineato come quello di natura, o, peggio, lo personifichino.

Perché alcune religioni hanno problemi con gli omosessuali?

Alla luce di quanto ho scritto nell’incipit ritengo sia ovvia la risposta. La fede opera sulla realtà il cambiamento necessario a renderla vera, a rendere la sua consolante verità. Qualcosa che esuli dalla nostra buona e giusta lettura non può essere accettato. Ordiniamo le cose del mondo. Ordine. Con relativa controparte caotica.

Così, lo sterminio di omosessuali, asociali, nomadi, ebrei, si è potuto perpetuare in virtù di un cambiamento di mentalità ordito sulle masse. Prima si rende l’essere umano minoranza, poi subumano, infine oggetto e poi più nulla; l’annientamento sociale è in vista di quello fisico. Questi cambiamenti sono possibili soltanto operando in modo religioso sul reale (anche l’ateismo acritico è religioso), ma solo quel reale che si rende sconvolgente. Alcuni preti in Uganda ritengono che il rapporto amoroso tra due individui di sesso maschile sia all’insegna della coprofagia reciproca [vedi video youtube], ecco che per alimentare il disprezzo si servono di paura e shock.

La reazione spropositata avutasi in Italia con i movimenti provita è l’ennesima riprova che il discorso regge. Specie in una società famigliocentrica quando il pericolo è dirottato volutamente sui bambini.

Le sentinelle in piedi si presentano come difensori della realtà, i loro discorsi sono il registro dell’evidenza, del buon senso rassicurante. È forte il bisogno di rassicurarsi tra loro, proprio come accade con i messaggi della religione o come accade per la religiosa proposta di un aldilà. Il nemico si chiama agenda gender oppure dittatura del gender mentre gli studi queer o gli studi sul genere sono diversificati e mai acritici, e sono inoltre attribuibili a studiosi di diverse estrazioni sociali, da differenti parti del mondo, che abbracciano tanti credo o sono atei o agnostici.

Contenuto nostalgico è anche il richiamo alla salvezza. E il riferimento costante alla realtà si configura all’interno di questo schema che comprende anche il perdono del padre. Il padre è la fonte normativa per eccellenza nello schema che costruisce i rapporti in senso patriarcale – schema che va via via dissipandosi verso una società senza padri [A. Mitscherlich, Verso una società senza padri] – e forte resta in queste frange il bisogno di ordine.

Mi scuserete se per questo post non approfondisco ulteriormente il discorso dio-padre, rischierei di perdere il filo, ma osservo che, stando alle tesi proposte, il gender, pensato dalla parte delle sentinelle ed espresso al singolare come dev’essere per l’elemento dittatoriale, è il progetto di denaturalizzazione della società. Dire che la tal cosa denaturalizza significa asserire di conoscere ciò che invece è naturale.

La volontà di conoscere come la società si debba determinare è una tesi che possiede un vivo e doloroso parallelismo con le tesi che precedono l’omocausto e ne attivano le mostruosità.

Il nazismo, tra le altre, era infatti una imposizione normativa e categoriale in vista di una società migliorata e le proposte perseguite discendevano sempre da uomini la cui pretesa era quella di aver capito e conosciuto come le cose dovessero andare: la Natura. Ma la natura è un concetto umano, frutto di una tendenza tassonomica all’ordinamento delle cose del mondo, l’evidenza di averlo capito e di possederne la chiave è un’argomentazione inconsistente oltreché circolare.

Come osano degli esseri umani imporsi su altri esseri umani, elevarsi a componenti determinanti di un codice e tacciare altri di irrilevanza? Come se vi fosse davvero un unico codice. Chi sei tu per sostenere che la tua interpretazione non è una interpretazione ma un rispecchiare l’esattezza dell’essere delle cose del mondo. L’unico modo in cui si può pretende di leggere la natura è dopo aver convenzionalmente stabilito tutti insieme di averla scritta e istituita.

Io sono consapevole di parlare al vento, sono consapevole che il muro è ancora lì, per ora. So che il tempo saprà dare la giusta forza al contenuto. Auguriamoci almeno in occasione di questa giornata che anche chi non è in grado di imparare sia almeno capace di ricordare.

 

Con rispetto per tutti gli uomini e disprezzo per le addizioni, un abbraccio

Federico

Progetto Omosessualista

Lo pseudo convegno veronese sulla famiglia del domani.

Ricordate il convegno promosso da Famiglia Domani a Verona e difeso pubblicamente dal sindaco Flavio Tosi?

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VERONA sabato 21 settembre al Palazzo della Gran Guardia si svolge il “convegno” sulla teoria del gender: per l’uomo o contro l’uomo? promosso dall’imparzialissima Associazione Famiglia Domani e dal Movimento Europeo per la Difesa della Vita (degli Altri) con il patrocinio della provincia e del comune.

Al primo piano dell’edificio due buttafuori controllano l’entrata della Sala Convegni del Palazzo e al piano terra, sotto il loggiato, gli interventi dei relatori sono trasmessi in videoconferenza, sorvegliata anche questa dalla polizia di stato. Poco più avanti numerose forze dell’ordine, con caschi neri, scudi e manganelli, sorvegliano il presidio di protesta organizzato dalle associazioni lgbt venete.

I relatori proposti si riconoscono in precisi e parziali e orientati ambiti di pensiero. Chiara Atzori è esperta di bioetica, ma propone davvero un dibattito imparziale su eutanasia e simili? Ci speravi? Matteo D’Amico è conferenziere in ambito di teologia morale. Vi lascio immaginare. Roberto Matte insegna Storia del Cristianesimo. Luca Galantini insegna all’Università Cattolica di Milano. Dina Nerozzi è autrice di testi scientifici i cui titoli riecheggiano inquietanti ricordi, ad esempio, Il ritorno allo stato etico. Mario Palmaro insegna bioetica alla -neanche a dirlo- Università Pontificia Regina Apostolorum di Roma ed è redattore della rivista reazionaria di apologetica cattolica il Timone.

L’inizio del convegno è dedicato allo scovare e ribadire secoli di pregiudizi e paradigmi e pregiudizievoli paradigmi. È vero, secoli fa l’omosessualità era perseguitata e quindi non risultava nelle leggi come regolamentata, ed è vero che, anzi, proprio attraverso le leggi è stato condannato Oscar Wilde, ma è altrettanto vero che prima dell’avvento del medioevo, ad esempio durante il periodo della Grecia classica, le cose erano ben diverse.

È accusato a più riprese lo Stato secolarizzato che ha sostituito alla vera Trinità sancita dai testi sacri, Padre, Figlio e Spirito Santo, una versione moderna di libertà, uguaglianza e fratellanza, pur sempre dogmatica ma finta, perché non ispirata. Lo Stato si appoggia perciò a dogmi che discendono dal paradigma dei diritti umani. Riporto gli argomenti cui si appoggiano queste persone perché è interessante capirli per smontarli. Vedete, se il progresso è un’illusione è allora in virtù di questa immutabilità che si dovrebbe asserire che si stava meglio prima? No, si stava “uguali”, quindi non è possibile migliorare e allora perché auspicano un ritorno alla santa inquisizione?

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Raccogliamo le opinioni a fine convegno, ma gli organizzatori alle domande se possono dirci qualcosa in più, come a quelle sui motivi e le necessità che hanno spinto a organizzarlo, o evitano di parlare o dicono di non averci nulla a che fare. Non rispondono volentieri e fanno finta che non esistiamo, forse perché non ci hanno mai visto in chiesa. Si riconferma dunque una totale chiusura al dialogo, un disprezzo di un uomo, magari femmineo, che non rientri nei loro canoni e quindi un’evidente ipocrisia celata nella frase «non siamo contro i gay».

«Ciò che è naturale è evidente, è sotto gli occhi di tutti fin dalla nascita.» ribadisce una signora che non vuole nemmeno far sapere il nome. Ecco, il modo di procedere della discussione da parte di alcuni è così banale e assolutizzante che finisce per ridurre anche le possibilità di risposta del destinatario. Il convegno è stato talmente parziale e in mala fede e volto solo a fare il lavaggio del cervello che è quasi impossibile rispondere argomentando; cosa si risponde allo scherno di un bambino?

E francamente non credo proprio che a loro sia evidente che cosa sia naturale, visto che l’omosessualità in natura occorre nelle stesse percentuali in cui è presente negli esseri umani, (che peraltro sono natura).

Il volantino promozionale «Se vogliamo evitare che questo progetto totalitario diventi una tragica realtà dobbiamo riscoprire il valore sociale, culturale e morale, dei princìpi e delle istituzioni su cui da secoli si fonda la nostra civiltà, a cominciare dalla famiglia naturale.»

Alla domanda su questo “progetto totalitario” ci viene detto che si tratta di omosessualismo.

Il termine identifica un movimento ideologico compatto ma esteso, appoggiato da lobby europee e internazionali, con un chiaro progetto politico ed economico. Gli aspetti di marketing del movimento sfruttano concetti quali libertà e piacere per sovvertire l’ordine del mondo col fine del profitto.

Se non compreso e arrestato in tempo questo progetto omosessualista porterà a uno sfacelo della società. Nel degrado e nella decadenza generalizzati dei costumi sussisterebbero, tra le altre, la pedofilia legalizzata e la generazione di uomini in provetta per il profitto delle multinazionali o per rendere tutti omosessuali.

Ma dove sono queste multinazionali? Forse non sapete che ci sono multinazionali che appoggiano movimenti estremisti e ultrareligiosi come le Sentinelle in piedi, vedi l’articolo.

Pontifex non è un blog cattolico

Riflessioni sulla circolazione delle notizie, attraverso l’informatizzazione, che prendono a pretesto un noto blog dall’altrettanto noto programma.

Sono innumerevoli le credenze circolanti. Figurarsi quelle sbagliate.
Impossibili da giudicare tali nel gioco circolare della commutabilità.
Oggi almeno, prima di lasciarsi accecare dalla luce della verità, molti trovano tradizionalmente giusto sospendere il giudizio e ponderare i propri pensieri da tassonomia giudicante, proprio come in passato erano soliti agire gli uomini più saggi. Per sfortuna il modo d’essere del larvatus prodeo ha messo in circolo il virus del relativismo. Si livellano i gradi diversi di un approssimarsi alla verità e non ci si può affatto difendere con una moralina andersiana. Ecco dunque che compare, sul bordo del vuoto delle coscienze, la libertà di parola dell’odio e, nel caso in questione, del cattofascista.

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Quello dei bloggers di Pontifex è un messaggio di speranza a ritroso; vorrebbero riportare un’ordine nel mondo secondo un modello escatologico-scaduto. A suffragio della secolarizzazione di tale modello teleologico che una moderna filosofia della storia ha tratto come suo esito necessario dalla fede biblica, si rimanda all’opera di Löwith, un pensatore di certo non schierato tra le file di una categoria antiquata più dell’uomo stesso: quella à sinistra. Insomma, tutti sanno che il cristianesimo contiene un certo messaggio ateo [Hegel e Lacan, VII].

Pontifex è l’emergere di una amoralità che si spaccia per cristiana-cattolica, ma che in realtà è figlia legittima delle correnti vitalistiche, derivanti a loro volta da profuse distorsioni e incomprensioni, alle quali occorrono veemenza, forza del risentimento e una velata e sotterranea maschera pietista per agire. Sulla base di queste considerazioni è possibile affermare che tutti sono cristiani tranne i bigotti –con significato esteso– per i quali il messaggio è talmente travisato/stravisto da non essere affatto afferrato e compreso e dunque si escludono i cattofascisti, che del bigottismo ne fanno uno strumento teorico d’indagine. Allora si dice: Pontifex non è un blog cristiano-cattolico.
Se poi si volesse arditamente proseguire, l’esito sarebbe piuttosto sconsiderato e ilare e sbagliato. I bigotti non sono sono cristiani, tutti i cristiani sono bigotti, i cristiani non sono cristiani.

Inutile riconsiderare quanto supponenti siano le loro affermazioni sulle questioni che riguardano la natura delle cose e del mondo:
il sole si muove per noi, allora l’eliocentrismo è innaturale per i sensi.
Il creazionismo non può essere confutato, l’evoluzionismo sì.
La donna segue l’uomo.
Il testo sacro è sacro perché è sacro.
L’omosessualità è una depravazione o, anche, gli omosessuali sono pedofili (mancanza di nozioni di insiemistica).

E via dicendo, solo se la via è nel dicendo del signore.

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Sfruttando il, ancora una volta, cartesiano parametro dell’evidenza, affermano l’evidentissima necessità naturale delle cose, perciò l’eterosessualità, perciò la famiglia. Chiunque sia riuscito a seguire un loro discorso fino alla fine, vorrà rimettere apposto il biologismo ed eventuali donne che staccano la testa del compagno dopo avervici copulato.
Infatti la depravazione più grande del nostro tempo è di sicuro quella intellettuale e Pontifex, che vive di critiche come questa, vi contribuisce giorno per giorno.
È doveroso anche un ringraziamento, perché dopotutto le catene di banalità sono difficili da spezzare quando sono difese con forza e bisogna impegnarsi un poco per riuscirci abbandonando magari attività differenti come l’intrattenersi con video di presentatori che, per loro profitto personale, cercano appositamente casi umani da sottoporre al pubblico modaiolo ludibrio. Grazie a Pontifex può capitare che si rinunci al traviamento culturale. Ma dovremmo smetterla con l’aggrapparci ai mali minori.

Del suicidio di un ragazzo omosessuale

Un’identità scevra di appartenenze non ha bisogno di rispondere alla domanda nevrotica del: chi sono.

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Qual è il nodo problematico fondamentale di una cattiveria troppo umana e troppo poco trasvalutata che spinge al suicidio giovani omosessuali, o altri esasperati come questi? Dove si può individuare l’essenza di ciò, l’essenza di questa cattiveria? Nello spirito di appartenenza.

Si tratta di un’essenza non come “cosa in sé”, ma in un’ottica a noi contemporanea di debolezza non relativizzata, secondo un parziale punto di vista che la considera come una matrice, come elemento chiave, ingranaggio, nodo concettuale, polo di concentrazione delle intensità, stella. E la cattiveria non è niente di moralistico, ma soltanto qualcosa di osservato.

È da un comune senso di appartenenza che abbiamo avuto ordini, gerarchie, classi, così come, estendendo il concetto si potrebbero annoverare come effetti anche le tassonomie ossessive, definizioni, dizionari, lezioni e spiegazioni.

Chiunque stabilisca che la sua identità si rifà ad una appartenenza deve costruire qualcosa di eteronomo e dichiaratamente assolutista. Il terrorista propone verità con la maiuscola. Una identità debole ossia adattabile e non furiosa, non occludente e bigotta –l’esempio dell’omofobo medio–, non ha bisogno di rispondere alla domanda nevrotica del: chi sono.

Domanda per un bigotto

Convegno. Verona. 21 settembre. Sulla teoria del gender – per l’uomo o contro l’uomo. Surrogato pseudorazionale spremuto da un testo sacro.

 
Il 21 settembre si terrà a Verona un convegno sulla teoria del gender con il patrocinio del comune, del sindaco Tosi che ha espresso la sua opinione «siamo in democrazia, si può esprimere l’opinione che i gay siano malati» e della provincia.
I relatori propongono un modello naturale di famiglia, ma dovranno giustificare la sua evidente storicità. Una valanga di associazioni tglb presidieranno. Come andrà a finire?
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Vorrei tanto discutere dei concetti di famiglia razionale (veicolato dal cristianesimo) e famiglia naturale, magari aggiungendo la terza categoria, le famiglie culturali, ma mi preme spostare l’attenzione sull’omofobia di fondo di questo tipo di iniziative. È più importante la reazione al contenuto, in questo caso.text-divider

Qual è l’opinione di un docente mai abilitato all’insegnamento sui fenomeni di bullismo contro omosessuali, considerando che non è intelligente assimilare la natura alla cultura umane, visto che di una antinomia si tratta e osservando anche una inestricabile complessità non della natura ma della cultura umana?

Mi spiego. Mentre sono costretti a cibarsi di inimicizie e insofferenze di cui farebbero a meno, gli adolescenti che non intraprendono o non completano o completano più lentamente il rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, come dovrebbero vivere lo scoprirsi omosessuali? Ammesso il pregiudizio che questo rito di passaggio sia lecito.

Come si devono comportare nei confronti di coetanei che li vessano e snobbano e insultano ed emarginano e provocano, deridono, umiliano, agitano, rovinano, attaccano, distruggono?

Si sa che non sono tutti i gay adolescenti che vengono bistrattati e aggrediti, ma si sa anche che gli altri, quelli indifferenti, per uno scherzo del destino, solitamente non intervengono. Perché secondo lei a margine di questi convegni pare strisciare l’idea che ciò che è contro-natura o, più correttamente, diverso dalle prescrizioni umane che vengono imposte al concetto altrettanto umano di natura, va ripudiato, aborrito, schifato o, nelle migliori delle ipotesi, aiutato?

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La domanda che le porgo umilmente, con un mucchio di avverbi e irritanti secondarie, è come e se possiamo giustificare l’emarginazione ideologica, la cattiveria dei pensieri, la malvagità di questi fenomeni che sfociano anche nella richiesta estrema di aiuto: il suicidio?

Come si punisce il colpevole di un omicidio-indiretto?

Sono noti anche innumerevoli casi di cristiani perseguitati, la situazione, è vero, è un po’ diversa, perché abbracciare una religione è una scelta/chiamata mentre ritrovarsi addosso appioppata da dio una sessualità, un genere, un orientamento, non lo è affatto. E non li sto assimilando tra loro.

Ma rispetto a questi cristiani perseguitati dagli induisti perché succubi di un credo empio, servi di una religione innaturale e sconveniente, che cosa ne pensa? Come pensa sarebbe doveroso intervenire? Credevo fosse pacifico che la discriminazione si manifesta e cresce a diversi livelli e a diversi gradi.

PS. Prima di discutere del ruolo della famiglia in tutto questo, sarebbe da precisare se con famiglia naturale ci si riferisce ad una natura che è natura naturans, natura naturata, physis o altro. Secondo me è riferito a un surrogato pseudo-razionale spremuto da un testo sacro.

Postmodernism

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Riguardo alla questione della forza dell’indole dell’atteggiamento, Nietzsche è molto chiaro, stranamente –come profeta di Dioniso– ci riferiamo alla «forza creatrice, foggiatrice e capace di trasmutazioni del saggio; sottolineando l’elemento proteiforme, molteplice, multiforme, plastico, imitativo, riproduttivo, trasfigurante della maschera aristocratica.»

[cit. G. GURISATTI, Scacco alla realtà, 2012, Quod libet, Macerata]

[img. G. DENNING, Pornografia per plutocrati, Novembre 2012]

Gavage di talento

Si va dallo spiare voyeuristico specificità fisiche e morali di macchiette realistiche, al talento di apparire ricolmi di talento.

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«Gli spettatori non trovano quello che desiderano, ma desiderano quello che trovano.» [Guy Debord, La Réfutation]

«Il motivo per cui guardo Italia’s Got Talent è che in una puntata di solito il novanta per cento dei concorrenti è senza talento. Fa ridere.» [Mia Sorella]

Shinee Lucifer

In un mondo spiegato in termini numerici statistici e di auditel, cresce l’interesse per il talent-show.

È moda di sicuro, ma anche modo in cui l’interesse degli spettatori è piegato, ritorto all’interno delle solite logiche.
Inoltre la forma del reality a ben vedere non è cancellata da quei programmi che consideriamo distinti dal reality show solo perché si concentrano sul talento.

Negli ultimi tempi lo schermo propone e si propone come realtà del concorrente comune, che in realtà non è così comune. Si guarda insomma a una realtà talentuosa. Nel frattempo il talento non è affatto esploso, è stato propinato con costanza in dosaggi ridotti ma neanche –si pensi a San Remo, Chi Vuol Essere Milionario, Miss Italia– che ora sono aumentati rispondendo con purezza e sacralità a logiche di marketing.

Quello che si fa è ridere dell’assenza di talento e ammirarne la presenza, ma il talento –che non è un merito– è scoraggiante. E anche del merito diremo che definirlo tale è relativo al contesto. Quale merito non è un talento? Con Miss Italia la critica è facile, si tratta del merito di non avere meriti.

Si consideri talento la capacità di irretire la massa o parte di essa, una capacità può essere talento solo se viene riconosciuta. Perciò i talenti non si scoprono, si riconoscono. Si scoprono le qualità che funzionano meglio in un periodo, in un segmento spaziale, temporale, culturale, ambientale, sociale, insomma vari fattori ma specifici tra AB.
Migliaia di Edith Piaf hanno cantato per le vie di Parigi. Ora sono tutte morte tranne una.

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Che “la fortuna la si crei” è romanticheria, di fatto famiglia, appartenenza, pubblicità, apparenza, slogan, presenza personale, creano un contenuto che sarà a discapito di altri in termini di promozione, ma non possiamo giudicare i contenuti scartati rispetto a quelli ben mediati come superiori perché il metro di giudizio è stato relativizzato. Nel caso del talento, il riconoscimento pubblico è tutto.
Perciò il talent-show per riconoscere talenti dev’essere visto e apprezzato.
Il riconoscimento pubblico è un buon strumento di valutazione? Nessun fan di una POPular-star risponderebbe con una negazione.

In fin dei conti questo non-merito spiattellato in televisione è una spavalderia che fa bene, che genera buon umore.
Dato che –non le masse– ma lo stesso singolo preso da solo, figlio dell’uomo-massa baudelairiano, territorializzato sul divano dimensione neo-borghese, non pensa, introietta, è da dire che quando la performance va bene, allora è vero che è una buona performance. Non è la performance soggetta a giudizio, l’analisi è al giudizio e il giudizio è fonte di verità.

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Perciò il talento come nozione è sacra. La considerazione principale percorre sia le olimpiadi sia ventiquattr’ore in sala parto. In fin dei conti, che tu sia un detrattore o un promotore del medium non ha importanza perché ora «il vero è un momento del falso».
Sono una finta esplosione di vita e la vita è presupposto totale, divino. Spingendo il tubo dentro la gola che ingozza l’oca, il gavage sfrutta la compulsione a nutrirsi e gli allevatori possono produrre il foie gras.

Ad essere sfondati sono il limite dell’intelligenza e quello della stupidità. Ma non è un male che i limiti tendando a spostarsi neutralizzandosi tra loro, commutandosi vicendevolmente, facendo il giro.

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Esistono poi altri talenti oltre a quelli mediati-mediatici, che sono sì mediatizzabili, ma che preferiscono mantenere un basso profilo. Il talento di arricchirsi generando orde di poveri alle proprie spalle. Il talento di moralisticheggiare sulla timeline di facebook per riempire la propria vita. Il talento di far sentire inferiori le persone che ti circondano basandosi ingenuamente su una fortuna che è più un caso.

Natura, pòlemos e violenza – parole a caso di un intervento in classe

Che Carlo Michelstaedter fosse ammalato di depressione, privilegio consentito a chi ha il padre alla direzione dell’ufficio delle Assicurazioni Generali di Trieste, possiamo soltanto supporlo. Che abbiano influito su di lui letture di autori dal padre indolente e dalla madre di uterina autorità, quali ad esempio Leopardi, anche.

Le sue considerazioni teoretiche a proposito del concetto di violenza e di pòlemos (forse non come lo intende Hitler nel Mein Kampf), ma come lo intende Umberto Curi nel libro dal titolo appunto pòlemos, ossia come un conflitto anteriore ai confliggenti, possono però essere lette alla luce di questo particolare contesto autobiografico.

Senza contare che Michelstaedter dimostra un atteggiamento nei confronti del circostante a sé tipico di quelli che si attaccano e fanno propria una zona, violenta, sublime, profonda, del mondo greco.

Non è che per caso la violenza è culturale? La matrice, la sua genesi è la cultura di un certo tipo di popolazione violenta e aggressiva di certo impostasi su altre popolazioni di stampo più pacifico? Non lo so. Ma so che tra poco non avremo neanche più esempi dal mondo animale cui riferirci. I bonobo muoiono continuamente di crepacuore. Sono animali che non confliggono, e che –Freud direbbe– scaricano le loro pulsioni aggressive (se ne hanno) in mete di tipo sessuale. E se fossero le nostre umane pulsioni sessuali ad essere scaricare in pulsioni aggressive?

-Elena! Ti voglio.-

-Non puoi avermi.-

-Uccido tutti. Bruci la città che ti ospita!-

-Patroclo, dove sei?-

-Sono morto.-

-Odio e disprezzo anche per il corpo di chi ti ha ucciso!-

La violenza è una condizione facile, la pace appare come una creatura debole, auspicata da tutti ma da nessuno attuata. Peccato che sia molto più facile vivere senza confliggere, e dunque affidarsi all’indolenza. Anche per questo si crede alla via da conquistare rispetto a quella che magari è per natura. Mi sto perdendo. Il ragionamento è sito prima, molto prima di tutto ciò. Prima di vedere l’indifferenza e l’apatia dei giovani, il loro pressappochismo nei confronti di ciò che li circonda e la non-voglia di saperne qualcosa in più, perché tanto non sarà mai vero abbastanza.

–E per quei manifestanti che cercano di ottenere dei risultati? Come è accaduto che fossero raggiunti, ad esempio trai più recenti, il voto per le donne? Come li definisci?-

–Come dei burattini.–

–È per questo che non manifesti? Che sei così indolente? Fosse per te brucerebbero le streghe. Non sopporto chi vive degli sforzi altrui. Non sopporto l’affitto. Ma nemmeno faccio dell’amore per il prossimo un cattivo amore per me stesso. La tua mente è ferma, come quella di un giovane che vive in una baraccopoli del Kenya, che si è appena comprato un iPhone, che ha un futuro come tantissimi altri, che potrebbe organizzarsi e invadere la città vicina dei ricchissimi e dei ricchi più ricchi, farla sua (o loro, ma i ricchi non sarebbero d’accordo tranne nel mulino che vorrei), vivere meglio (o comunque non vivere peggio) e festeggiare, mentre preferisce invece snobbare i suoi coetanei che vengono dalla parte “bassa” della slum?-

A questo conflitto io posso gridare moralisticamente di sì! Ma questa è prassi.

Invece, tornando indietro, non è che per caso la violenza è culturalmente alimentata da un forte senso di appartenenza strisciante? La riproduzione è naturale, ma la violenza? Spostandoci in natura, prendiamo le lumache e i bonobo, li avete mai visti duellare? I felini sì, ma sono un tipo tra tanti tipi. Non è che per caso gli uomini per via della cultura greca si sono convinti di essere violenti per natura? O meglio, di essere autocoscienze –per dirla alla hegeliana- che prima dell’incontro sperimentano la dimensione dello scontro/conflitto?

Erano pastori d’altro canto, chi col gregge più grande, chi meno. Non si può pretendere che conoscessero il messaggio cristiano vivaddio.

Ma perché privilegiare la personificazione della violenza a quella della volontà? Perché scontro anziché incontro? Perché mettere in atto una dialettica servo-padrone anche nel semplice dialogo? Ma la si tiri fuori dal cilindro della dialettica quando si tratta di giustificare il sopruso del proprietario del terreno sull’usufruitore dello stesso, ad esempio.

-Scusi che ore sono?-

-Si compri un orologio.-

-Me l’ha appena rubato lei!-

-Ecco, appunto. Vede che ho ragione?-

Sono molte le X per natura che si è tentato invano di giustificare, quando per natura pare soltanto il coito; per citare –non alla lettera- Schopenhauer.

Hegel e Locke insieme appassionatamente, davano addirittura alla proprietà privata valore di naturalità. Perché? Perché l’uomo dopo essersi posseduto, possiede l’esterno. Aspetta. Da quando l’uomo si impossessa di sé? Da quando l’illusione glielo fa credere, magari. Quindi dopo, per quanto riguarda l’esterno, può illudersi di comprare un’isola come Jhonny Depp? Nessun uomo può possedere un’isola. Neanche se tutti gli altri uomini riconoscono ciò, annuendo compiaciuti come grassi banchieri dopo una speculazione andata a “buon” fine.

Non è per caso che la convinzione dell’essere confliggenti per natura è il placebo che fa veramente diventare l’uomo un essere così poco evoluto? E pensare che dovevamo andare oltre l’uomo.

In determinati periodi storici, a causa di cattive e menzognere credenze, si pensava che gli esseri umani fossero una specie soltanto eterosessuale. Certo. Non distinguevano ancora il pinguino maschio da quelli femmina (i pinguini formano anche famiglie omosessuali senza alcun risentimento o protesta religiosa, meno che meno i trichechi), oppure non ne avevano proprio visto mai uno. Certo. Non avevano alcuni strumenti. D’accordo. La domanda dunque è se noi abbiamo gli strumenti per sondare questa tradizione di violenza per violenza e di abbandonarla al suo destino animalesco?

All’inizio del corso di Storia della Filosofia Contemporanea si chiese agli studenti –definite “violenza”–, senza pretendere per forza una boriosa ricerca del fondamento ontologico del concetto preso in esame. Io risposi: –Uno strumento dalle ripercussioni sia fisiche sia morali che attiene all’animalità dell’essere umano–, sottintesi –Di sicuro un essere umano che si sia scrollato di dosso certi atteggiamenti di certi animali (non è il caso dei bonobo) o che non li abbia neanche mai conosciuti/esperiti tali atteggiamenti per merito della fiorente situazione familiare, saprà smettere di usare violenza per ottenere dei risultati, saprà andare oltre l’animale, oltre l’uomo-animale–, magari smetterà di ottenere dei risultati nell’immediato. E magari poi lo crocifiggeranno.

La mia domanda è se per caso non sia la tradizione greco-arcaica a portarci nella direzione del Grande Male. La Grande Salute, che è il volere la perdita dell’orizzonte di senso e la perdita dell’orizzonte come orientamento, scaturisce davvero da un apollineo vietarci la vita? O, d’altra parte, da un dionisiaco logorarla così velocemente?

La violenza è per natura?

Rispondo sì e giustifico ogni sopruso. Dagli Achei che riducono in schiavitù gli abitanti dell’isola di Melo, ai lager, ai gulag, alla violenza sulla donna perpetrata col favore dell’ombra della notte, allo stupro del bambino che, indifeso, non può che subire il potere del più forte (Era la madre a doverlo proteggere! Ancora con queste leonesse. Ma si guardino i fenicotteri che adottano i cuccioli di altri fenicotteri!).

La legge di natura è davvero così? Oppure questa legge di natura è quella che si vuole far credere, che il potere vuole far credere che sia? Non è che stiamo giustificando il potere andando contro natura? In fin dei conti la natura è per la sopravvivenza e di certo non sopravvive bene un bambino traumatizzato in tenera età. Immagino che in futuro si possa comunque riprodurre, ma quale sarà l’esito probabile oltre al suicidio? Davvero physis è contraria alla generazione delle cose che crescono?

Non voglio essere presuntuoso come qualche mio coetaneo. Nella mia ricerca sarò pronto, forse un giorno, ad accettare di essere io l’ammalato di pacifite e a riconoscere che tutti gli altri son sani, a riconoscere che invece per la razza umana è naturale un approccio alla vita s-velatamente polemologico.

Chi si è innamorato di Macchiavelli?

“Quando una banca può controllare la sovranità degli Stati, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione.”

Continuano i dibattiti e le riflessioni per il cinquecentenario dalla pubblicazione del Principe di Niccolò Macchiavelli. 

Macchiavelli se non altro ha indagato a fondo alcune dinamiche della politica e orientato i suoi studi senza morale.

In un brillante saggio M. Ricciardi sostiene che Macchiavelli nell’opera I Discorsi preferisse Roma e la sua struttura sociale all’oligarchica Venezia, perché Roma aveva quell’unità sociale che era garantita da istituzioni come il tribunato della plebe e aveva il cittadino armato pronto a difenderla e anche ad espanderla.

Venezia, invece, si serviva dei mercenari per proteggersi e questo ovviamente avrebbe consentito la diffusione della corruzione e pertanto alla decadenza. Se i soldi fossero il corrispettivo della passione.

L’autore del Principe pone il lettore di fronte molte constatazioni di un realismo schiacciante. Il suo intento era quello di prodursi in un’analisi lucida e forse un po’ cinica. Oppure anche lui era guidato da alcune particolari passioni.

È vero che una certa disposizione d’animo alla decadenza vede nello spirito di Venezia un esemplare sottile e raffinato. La Serenissima Repubblica non è solo espansione mercantile. È risvoltino dell’opulenza. A onore del vero un ampliamento di carattere militare diffonde lo stesso cultura, lingue, usanze, costumi, ma è grezzo, non è subdolo come un colonialismo economico.

Quando una banca può controllare le sovranità statali, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione. Anche Des Esseintes si imponeva sulla realtà esterna e sul suo corpo, ma non di certo alla maniera di un atleta olimpico.

Spread schizofrenico. Crisi finanziaria tendenza del capitale.

Sentiamo mille e più volte la parola spread ma non ci arrischiamo a spacciarci per economisti. Be’… dovremmo. O meglio, più che improvvisarci economisti, vorremmo strozzarlo questo spread ma non siamo sicuri se il fatto di strozzarlo migliorerebbe o peggiorerebbe la situazione. Ascoltando e guardando i media, distantissimi dalla realtà delle cose, ci chiediamo inoltre se esista una schizofrenia capitalista e, dunque, pure uno spread schizofrenico.

Tra i mille piani d’immanenza dell’opera di Gilles Deleuze, c’è un testo che appassionò diversi intellettuali italiani degli anni Settanta, scritto in collaborazione con Felix Guattarì: L’anti-Edipo, apparso nel 1972.

È il testo che cita Antonio Gnoli su Repubblica la domenica del 5 agosto 2012, titolando «Se per Deleuze lo spread è l’inconscio del capitale».

«L’anti-Edipo porta come sottotitolo “Capitalismo e schizofrenia”. Deleuze e Guattarì riconducevano quest’ultima […] ad un’esperienza in grado di liberare il desiderio dalla sottomissione all’oggetto. […]

Che cos’è lo spread se non il sintomo che il grande inconscio del capitale detta all’agire delle nostre vite

L’analisi del giornalista si pone in un’ottica che legge il capitalismo «fuori dalle pastoie freudiane» però considerandone l’aspetto inconscio. Analizzare questo inconscio del capitale può aiutarci a leggere le attuali crisi finanziarie come provocate da spinte invisibili verso il disastro. Spinte che, negli autori dal Novecento in poi, hanno dei nomi ben precisi.

Volens nolens con Marx possiamo leggere la crisi finanziaria come tendenza immanente al capitale stesso, con Freud subito dopo, a proposito della crisi finanziaria, notiamo che è un qualcosa proprio del sistema, insito in esso, inteso tout court, e dunque si presenta un “qualcosa” di indefinibile per chi è immerso nel vortice, che ha una terribile somiglianza con le pulsioni di morte umane.

Se assumiamo che la nostra società è umana, è una divertente ipotesi affermare che anche nella società, che obbliga alle rinunce pulsionali per instaurarsi, esistono delle pulsioni aggressive, dello stesso tipo, dirette verso se stessa. Non solo gli uomini che le sfogano con la guerra, ma anche la società stessa che dentro di sé si corrode e le sfoga sugli uomini. Suoi creatori.

Speranza? Nessuna. Ma da una crisi finanziaria il sistema ne esce rinnovato (purtroppo non diverso) solo cambiato di qualche aspetto, nella distribuzione delle ricchezze e nei modi di produzione. Esce un uomo nuovo, pronto a subire ancora gli effetti di forze ambivalenti ed oscillanti.

Ermete Trismegisto e Satana Trismegisto

Cristianesimo scoppiazza. Baudelaire e la figura di Satana trismegisto.

Ermete Trismegisto è un personaggio leggendario dell’età ellenistica venerato come grande sapiente, a lui è attribuito il Corpus hermeticum, una collezione di scritti dell’antichità che fu fonte d’ispirazione per il pensiero ermetico e del neoplatonismo rinascimentale.

Trismegisto significa letteralmente «tre volte grandissimo» a causa di questo epiteto alcuni collegano Ermete, dio greco del lògos, delle scienze tecniche e della comunicazione, con Thot, dio egizio delle lettere, dei numeri e della geometria. Era in effetti costume egizio quello di reiterare l’aggettivo «grande» prima del nome della divinità.

Entrambi sono al servizio di una divinità superiore (Ermete è messaggero di Zeus, Thot è lo scriba di Osiride); Ermete è dio della parola e Thot è dio della parola e della letteratura; entrambi sono psicopompi, accompagnatori delle anime dei defunti nell’oltretomba.

Per una certa critica il fatto che Baudelaire applichi a Satana l’epiteto di Trismegisto, denota la volontà di accostare a un Satana non propriamente cristiano la figura del dio Hérmes. Perché il Satana della concezione baudelairiana non è solo il sovrano dell’inferno, è colui che -senza ucciderti- ti accompagna verso l’inferno durante tutta la tua vita.

«Regge il diavolo i fili che ci muovono!

Un fascino troviamo in ogni cosa ripugnante;

ogni giorno, senza orrore, tra il puzzo delle tenebre,

di un passo verso l’Inferno discendiamo.»

L’estratto dalla poesia Au lecteur esplicita già le motivazioni della scelta del poeta. Satana, assieme a Cain, come possiamo rintracciare nella quinta sezione Révolté dell’opera Fleurs du Mal, è il primo dei grandi ribelli. Ed è Trismegisto perché anch’egli è duplice come Ermete. Da un lato il dio della tecnica, sembra aiutare l’uomo con la scienza e la conoscenza, il progresso e la comunicazione, dall’altro lato invece non salva l’uomo dall’estinzione e lo conduce comunque inesorabilmente alla morte.

Ad Ermete Trismegisto erano attribuiti numerosissimi libri di scienze e una gran quantità di conoscenze sulla scienza e in generale appartenenti all’ambito molto umano della téchne, gli era inoltre attribuita l’attività artistica.

Allo stesso modo, Baudelaire, attribuisce a Satana tali elementi e lo definisce come duplice e tre volte grandissimo. Satana non si presenta sotto forma di angoscia -quello è lo Spleen-, si nasconde nella società della tecnica, alimenta la falsa nozione di progresso, nei confronti della quale i cuori e gli animi dei borghesi sono già rapiti.

Il progresso è associato alle scienze e dunque al dio da cui derivare -secondo le idee che stiamo affrontando- le scienze stesse, ma non è qualcosa che migliora la condizione umana, se non all’apparenza, perché in effetti questo qualcosa/migliorare non può sconvolgere il sistema perché ne è interno, perché ne fa parte, dunque accompagna il sistema, non lo sconvolge, non lo migliora.

Da questa illusione interna allo stesso sistema notiamo come:

«Sul cuscino del male a lungo il Trismegisto Satana

lo spirito incantato culla, e il ricco metallo della nostra

volontà, vien svaporato da quel dotto chimico.»

Il dotto chimico come esperto delle nuove scienze è ancora una volta Satana. Questi poggia sul cuscino del male, elemento concreto, basso, della quotidianità affiancato ad un elemento alto, inventato, ideale, qual è la divinità, precisamente secondo lo stile dell’ossimoro baudelairiano.

Questo cuscino distoglie dal pensare alla pesanteur della condizione umana, e -volendo rintracciare un collegamento per nulla forzato- considereremo che i luoghi dove si fumava l’oppio erano disseminati di cuscini.

L’oppio si inserisce qui nel novero delle sostanze alteranti della percezione, chiamate dal poeta Paradisi Artificiali, cui dedicherà l’opera Les Paradis Artificiels nel 1860. Il Male dunque è presente sia che si distolga lo sguardo dalla angosciosa condizione umana, dalla putrida società borghese, sia che la si creda di vivere pienamente ed è in primo luogo -per il poeta che cerca una fuga- un cuscino, soffice e invitante, sul quale poter sprofondare.

Il crogiolarsi baudelairiano ha permesso la realizzazione di un’opera di notevolissimo pregio, è l’«auto contemplazione» del poeta come la definisce Sartre, ad aver -in tutta la sua splendente negatività- creato i fiori malati, imbevuti di Male.

Le istituzioni dello stato di natura secondo chi non ha capito nulla.

Il gallo non canta più perché vien strozzato dalla ruvida donna di campagna.

Simplicio spiegava il creazionismo «Il mondo poggia sull’elefante e l’elefante poggia sulla tartaruga.» Allora su cosa poggia la tartaruga? E perché Venere non ha il campo magnetico?

Perché Venere è amore?

Perché le misurazioni fin’ora condotte sono prevalentemente spettrografiche e la massa di Venere è troppo fumosa per permettere una rilevazione adeguata?

Domande per chi ha paura della scepsi.

Cavalli impazziti belano nello stato di natura.

Che schifo la natura.

È tutta colpa della physis. Grazie physis d’esserci! Altrimenti come faremo noi col nostro Esserci ad esserci? Come faremo ad invecchiare? A ripeterci nella generazione? A decadere?

E la pecora bagnata -che ho visto, era belata– mangiava erba squisita. Squittiva.

Il bonobo rantolante è il nostro Dio. Occuperà lui il trono! A lui le nostre prossime riflessioni morali!

I bonobi rantolanti gemono sordidi nei confessionali.

Gli uomini finalmente si sono estinti.

Cavalli impazziti gridano e sputano addosso ai lama durante l’ipotesi di lavoro mai-esistita-che-mai-esisterà altresì detta stato di natura.

E le cavalle coalizzate con le vacche uccidono i puledrini -protetti invano dal bue di m***a defecato dal tirannosauro- e ne fanno sfilacci morbidi e deliziosi che gusteranno le teste di cazzo di toro.

Altre cavalle si gassano in cucina a trentacinque anni.

Sono i germi del male, il quale -senza società- può proliferare dando origine alla società.

Che il libello di Hobbes sia tanto più inattaccabile logicamente quanto più sia inutile e quanto più gli sia riconosciuto il merito di aver derivato e giustificato il concetto di sovranità, è chiaro! La mistificazione logica sta nel fatto che nessuno sarà mai una cosa sola. Non posso mentire sempre. Non posso sempre dire la verità. Ancora una volta si totalizza la discontinuità, fallendo.

Mistificazione logica ridicola, mio caro. Ci vuole πρᾶξις.

Prendi Filmer, lui si è nascosto sotto il suo saio, dopo essersi accorto che il suo concetto di potere giustificato da una discendenza patriarcale è stato sgretolato da una lautreamontese martellata-spacca-cranio. Quanto è ridicolo un sovrano che eiacula il suo popolo? Certo, trattasi di una analogia, come il padre col figlio, così il sovrano con il popolo. Non significa certo che il sovrano debba andare di fiore in fiore senza preservativo. Il padre ha diritto e potere sul figlio solo perché è suo padre, quando in effetti il padre non sceglie il figlio e il figlio non sceglie il padre. Allora diremo che ne ha diritto perché ci conviene e ci convive giorno dopo giorno ed è più grande di lui, ma allora il fratello maggiore? E se il padre non è mai presente? (cosa che accadeva non di rado in passato) E perché continuiamo a non comprendere le donne? Eppure la regina Elisabetta -o se potessero ghigliottinarla solo per i cappelli- è immortale. No. Io ho diritto su di te perché tu sei stato nelle mie p***e. Nei miei scroti. Eri viscido e succulento sperma. Non disperarti, lettore, lo eri anche tu!

Vogliamo vivere in un mondo che si giustifica sulla discendenza di sperma? Fate pure ma Locke resta il meno peggio dei leccasanti.

Federico