Del suicidio di un ragazzo omosessuale

Un’identità scevra di appartenenze non ha bisogno di rispondere alla domanda nevrotica del: chi sono.

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Qual è il nodo problematico fondamentale di una cattiveria troppo umana e troppo poco trasvalutata che spinge al suicidio giovani omosessuali, o altri esasperati come questi? Dove si può individuare l’essenza di ciò, l’essenza di questa cattiveria? Nello spirito di appartenenza.

Si tratta di un’essenza non come “cosa in sé”, ma in un’ottica a noi contemporanea di debolezza non relativizzata, secondo un parziale punto di vista che la considera come una matrice, come elemento chiave, ingranaggio, nodo concettuale, polo di concentrazione delle intensità, stella. E la cattiveria non è niente di moralistico, ma soltanto qualcosa di osservato.

È da un comune senso di appartenenza che abbiamo avuto ordini, gerarchie, classi, così come, estendendo il concetto si potrebbero annoverare come effetti anche le tassonomie ossessive, definizioni, dizionari, lezioni e spiegazioni.

Chiunque stabilisca che la sua identità si rifà ad una appartenenza deve costruire qualcosa di eteronomo e dichiaratamente assolutista. Il terrorista propone verità con la maiuscola. Una identità debole ossia adattabile e non furiosa, non occludente e bigotta –l’esempio dell’omofobo medio–, non ha bisogno di rispondere alla domanda nevrotica del: chi sono.

Domanda per un bigotto

Convegno. Verona. 21 settembre. Sulla teoria del gender – per l’uomo o contro l’uomo. Surrogato pseudorazionale spremuto da un testo sacro.

 
Il 21 settembre si terrà a Verona un convegno sulla teoria del gender con il patrocinio del comune, del sindaco Tosi che ha espresso la sua opinione «siamo in democrazia, si può esprimere l’opinione che i gay siano malati» e della provincia.
I relatori propongono un modello naturale di famiglia, ma dovranno giustificare la sua evidente storicità. Una valanga di associazioni tglb presidieranno. Come andrà a finire?
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Vorrei tanto discutere dei concetti di famiglia razionale (veicolato dal cristianesimo) e famiglia naturale, magari aggiungendo la terza categoria, le famiglie culturali, ma mi preme spostare l’attenzione sull’omofobia di fondo di questo tipo di iniziative. È più importante la reazione al contenuto, in questo caso.text-divider

Qual è l’opinione di un docente mai abilitato all’insegnamento sui fenomeni di bullismo contro omosessuali, considerando che non è intelligente assimilare la natura alla cultura umane, visto che di una antinomia si tratta e osservando anche una inestricabile complessità non della natura ma della cultura umana?

Mi spiego. Mentre sono costretti a cibarsi di inimicizie e insofferenze di cui farebbero a meno, gli adolescenti che non intraprendono o non completano o completano più lentamente il rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, come dovrebbero vivere lo scoprirsi omosessuali? Ammesso il pregiudizio che questo rito di passaggio sia lecito.

Come si devono comportare nei confronti di coetanei che li vessano e snobbano e insultano ed emarginano e provocano, deridono, umiliano, agitano, rovinano, attaccano, distruggono?

Si sa che non sono tutti i gay adolescenti che vengono bistrattati e aggrediti, ma si sa anche che gli altri, quelli indifferenti, per uno scherzo del destino, solitamente non intervengono. Perché secondo lei a margine di questi convegni pare strisciare l’idea che ciò che è contro-natura o, più correttamente, diverso dalle prescrizioni umane che vengono imposte al concetto altrettanto umano di natura, va ripudiato, aborrito, schifato o, nelle migliori delle ipotesi, aiutato?

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La domanda che le porgo umilmente, con un mucchio di avverbi e irritanti secondarie, è come e se possiamo giustificare l’emarginazione ideologica, la cattiveria dei pensieri, la malvagità di questi fenomeni che sfociano anche nella richiesta estrema di aiuto: il suicidio?

Come si punisce il colpevole di un omicidio-indiretto?

Sono noti anche innumerevoli casi di cristiani perseguitati, la situazione, è vero, è un po’ diversa, perché abbracciare una religione è una scelta/chiamata mentre ritrovarsi addosso appioppata da dio una sessualità, un genere, un orientamento, non lo è affatto. E non li sto assimilando tra loro.

Ma rispetto a questi cristiani perseguitati dagli induisti perché succubi di un credo empio, servi di una religione innaturale e sconveniente, che cosa ne pensa? Come pensa sarebbe doveroso intervenire? Credevo fosse pacifico che la discriminazione si manifesta e cresce a diversi livelli e a diversi gradi.

PS. Prima di discutere del ruolo della famiglia in tutto questo, sarebbe da precisare se con famiglia naturale ci si riferisce ad una natura che è natura naturans, natura naturata, physis o altro. Secondo me è riferito a un surrogato pseudo-razionale spremuto da un testo sacro.

Postmodernism

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Riguardo alla questione della forza dell’indole dell’atteggiamento, Nietzsche è molto chiaro, stranamente –come profeta di Dioniso– ci riferiamo alla «forza creatrice, foggiatrice e capace di trasmutazioni del saggio; sottolineando l’elemento proteiforme, molteplice, multiforme, plastico, imitativo, riproduttivo, trasfigurante della maschera aristocratica.»

[cit. G. GURISATTI, Scacco alla realtà, 2012, Quod libet, Macerata]

[img. G. DENNING, Pornografia per plutocrati, Novembre 2012]

Gavage di talento

Si va dallo spiare voyeuristico specificità fisiche e morali di macchiette realistiche, al talento di apparire ricolmi di talento.

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«Gli spettatori non trovano quello che desiderano, ma desiderano quello che trovano.» [Guy Debord, La Réfutation]

«Il motivo per cui guardo Italia’s Got Talent è che in una puntata di solito il novanta per cento dei concorrenti è senza talento. Fa ridere.» [Mia Sorella]

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In un mondo spiegato in termini numerici statistici e di auditel, cresce l’interesse per il talent-show.

È moda di sicuro, ma anche modo in cui l’interesse degli spettatori è piegato, ritorto all’interno delle solite logiche.
Inoltre la forma del reality a ben vedere non è cancellata da quei programmi che consideriamo distinti dal reality show solo perché si concentrano sul talento.

Negli ultimi tempi lo schermo propone e si propone come realtà del concorrente comune, che in realtà non è così comune. Si guarda insomma a una realtà talentuosa. Nel frattempo il talento non è affatto esploso, è stato propinato con costanza in dosaggi ridotti ma neanche –si pensi a San Remo, Chi Vuol Essere Milionario, Miss Italia– che ora sono aumentati rispondendo con purezza e sacralità a logiche di marketing.

Quello che si fa è ridere dell’assenza di talento e ammirarne la presenza, ma il talento –che non è un merito– è scoraggiante. E anche del merito diremo che definirlo tale è relativo al contesto. Quale merito non è un talento? Con Miss Italia la critica è facile, si tratta del merito di non avere meriti.

Si consideri talento la capacità di irretire la massa o parte di essa, una capacità può essere talento solo se viene riconosciuta. Perciò i talenti non si scoprono, si riconoscono. Si scoprono le qualità che funzionano meglio in un periodo, in un segmento spaziale, temporale, culturale, ambientale, sociale, insomma vari fattori ma specifici tra AB.
Migliaia di Edith Piaf hanno cantato per le vie di Parigi. Ora sono tutte morte tranne una.

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Che “la fortuna la si crei” è romanticheria, di fatto famiglia, appartenenza, pubblicità, apparenza, slogan, presenza personale, creano un contenuto che sarà a discapito di altri in termini di promozione, ma non possiamo giudicare i contenuti scartati rispetto a quelli ben mediati come superiori perché il metro di giudizio è stato relativizzato. Nel caso del talento, il riconoscimento pubblico è tutto.
Perciò il talent-show per riconoscere talenti dev’essere visto e apprezzato.
Il riconoscimento pubblico è un buon strumento di valutazione? Nessun fan di una POPular-star risponderebbe con una negazione.

In fin dei conti questo non-merito spiattellato in televisione è una spavalderia che fa bene, che genera buon umore.
Dato che –non le masse– ma lo stesso singolo preso da solo, figlio dell’uomo-massa baudelairiano, territorializzato sul divano dimensione neo-borghese, non pensa, introietta, è da dire che quando la performance va bene, allora è vero che è una buona performance. Non è la performance soggetta a giudizio, l’analisi è al giudizio e il giudizio è fonte di verità.

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Perciò il talento come nozione è sacra. La considerazione principale percorre sia le olimpiadi sia ventiquattr’ore in sala parto. In fin dei conti, che tu sia un detrattore o un promotore del medium non ha importanza perché ora «il vero è un momento del falso».
Sono una finta esplosione di vita e la vita è presupposto totale, divino. Spingendo il tubo dentro la gola che ingozza l’oca, il gavage sfrutta la compulsione a nutrirsi e gli allevatori possono produrre il foie gras.

Ad essere sfondati sono il limite dell’intelligenza e quello della stupidità. Ma non è un male che i limiti tendando a spostarsi neutralizzandosi tra loro, commutandosi vicendevolmente, facendo il giro.

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Esistono poi altri talenti oltre a quelli mediati-mediatici, che sono sì mediatizzabili, ma che preferiscono mantenere un basso profilo. Il talento di arricchirsi generando orde di poveri alle proprie spalle. Il talento di moralisticheggiare sulla timeline di facebook per riempire la propria vita. Il talento di far sentire inferiori le persone che ti circondano basandosi ingenuamente su una fortuna che è più un caso.

Progetto Giornate della Consapevolezza con Banca della Marca

24 Maggio, Giornate della Consapevolezza organizzate da Giovani Conegliano del gruppo LabInn. Titolo ufficiale “Vita reale in uno spazio virtuale.”

La chance di creare consapevolezza.

Le giornate della consapevolezza, organizzate dal gruppo giovani LabInn in concerto con l’amministrazione comunale di Conegliano, si propongono come controffensiva culturale al periodo storico in cui viviamo o sopravviviamo.

Considerano sia la sfavorevole quanto mai egemone congiuntura economica, sia il particolare destino a cui andiamo incontro e a cui va incontro il concetto di identità nell’epoca dei social.

La riflessione prenderà vita le due mattine di venerdì 24 al Teatro Dina Ordi e sabato 25 Maggio, presso l’aula magna dell’ex Convento San Francesco a Conegliano. Per entrambe le mattine comincerà alle nove e finirà all’una. La prima mattinata sarà dedicata al tema sulla vita reale in uno spazio virtuale. La libertà nei social network. La seconda mattinata invece svilupperà in chiave economica il tema: generazioni, crisi e futuro nel Nordest.

Interverranno i relatori:

Sergio Maistrello giornalista freelance che partecipa anche al Festival Internazionale del Giornalismo, da oltre 15 anni vive e lavora in rete, dove osserva con penetrante accortezza le implicazioni sociali di internet.

Fabio Ghioni, star del web e dei forum di tutto il mondo, hacker secondo cui «mettergli in mano un computer è come dare una pistola a un killer» a detta dei magistrati che l’hanno accusato di intrusione informatica, il suo nickname è Divine Shadow e Divine Shadow è un portento.

Fabio Pagliaro, giovane giornalista di ben ventisei anni, lavora già con ANSA, La Stampa e il Messaggero Vento, scrivendo di economia e politica. Il suo ruolo peculiare sarà quello di consapevolizzatore attivo. Anche se lo scopo è che tutti possiamo essere consapevolizzatori di noi stessi e degli altri. Antonio Schizzerotto è un sociologo il cui nome ha dato la garanzia agli altri relatori della serietà dell’iniziativa GC. Conduce progetti internazionali di ricerca e di è occupato di moltissimi temi tra cui transizione scuola-lavoro e disuguaglianze di genere.

Davide Reina è Fondatore e Amministratore Delegato di VISIONANDO, società di consulenza direzionale. si occupa di marketing ed è docente alla Bocconi di Milano (SDA Bocconi School of Management) interverrà la seconda giornata a sfondo economico parlando di giovani e crisi.

Davide Girardi è dottore di ricerca in Sociologia dei processi comunicativi e interculturali presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università degli Studi di Padova, dal 2008 è ricercatore della Fondazione Nord Est per l’area Studi Sociali. Si è interessato in particolare di sociologia delle migrazioni.

Natura, pòlemos e violenza – parole a caso di un intervento in classe

Che Carlo Michelstaedter fosse ammalato di depressione, privilegio consentito a chi ha il padre alla direzione dell’ufficio delle Assicurazioni Generali di Trieste, possiamo soltanto supporlo. Che abbiano influito su di lui letture di autori dal padre indolente e dalla madre di uterina autorità, quali ad esempio Leopardi, anche.

Le sue considerazioni teoretiche a proposito del concetto di violenza e di pòlemos (forse non come lo intende Hitler nel Mein Kampf), ma come lo intende Umberto Curi nel libro dal titolo appunto pòlemos, ossia come un conflitto anteriore ai confliggenti, possono però essere lette alla luce di questo particolare contesto autobiografico.

Senza contare che Michelstaedter dimostra un atteggiamento nei confronti del circostante a sé tipico di quelli che si attaccano e fanno propria una zona, violenta, sublime, profonda, del mondo greco.

Non è che per caso la violenza è culturale? La matrice, la sua genesi è la cultura di un certo tipo di popolazione violenta e aggressiva di certo impostasi su altre popolazioni di stampo più pacifico? Non lo so. Ma so che tra poco non avremo neanche più esempi dal mondo animale cui riferirci. I bonobo muoiono continuamente di crepacuore. Sono animali che non confliggono, e che –Freud direbbe– scaricano le loro pulsioni aggressive (se ne hanno) in mete di tipo sessuale. E se fossero le nostre umane pulsioni sessuali ad essere scaricare in pulsioni aggressive?

-Elena! Ti voglio.-

-Non puoi avermi.-

-Uccido tutti. Bruci la città che ti ospita!-

-Patroclo, dove sei?-

-Sono morto.-

-Odio e disprezzo anche per il corpo di chi ti ha ucciso!-

La violenza è una condizione facile, la pace appare come una creatura debole, auspicata da tutti ma da nessuno attuata. Peccato che sia molto più facile vivere senza confliggere, e dunque affidarsi all’indolenza. Anche per questo si crede alla via da conquistare rispetto a quella che magari è per natura. Mi sto perdendo. Il ragionamento è sito prima, molto prima di tutto ciò. Prima di vedere l’indifferenza e l’apatia dei giovani, il loro pressappochismo nei confronti di ciò che li circonda e la non-voglia di saperne qualcosa in più, perché tanto non sarà mai vero abbastanza.

–E per quei manifestanti che cercano di ottenere dei risultati? Come è accaduto che fossero raggiunti, ad esempio trai più recenti, il voto per le donne? Come li definisci?-

–Come dei burattini.–

–È per questo che non manifesti? Che sei così indolente? Fosse per te brucerebbero le streghe. Non sopporto chi vive degli sforzi altrui. Non sopporto l’affitto. Ma nemmeno faccio dell’amore per il prossimo un cattivo amore per me stesso. La tua mente è ferma, come quella di un giovane che vive in una baraccopoli del Kenya, che si è appena comprato un iPhone, che ha un futuro come tantissimi altri, che potrebbe organizzarsi e invadere la città vicina dei ricchissimi e dei ricchi più ricchi, farla sua (o loro, ma i ricchi non sarebbero d’accordo tranne nel mulino che vorrei), vivere meglio (o comunque non vivere peggio) e festeggiare, mentre preferisce invece snobbare i suoi coetanei che vengono dalla parte “bassa” della slum?-

A questo conflitto io posso gridare moralisticamente di sì! Ma questa è prassi.

Invece, tornando indietro, non è che per caso la violenza è culturalmente alimentata da un forte senso di appartenenza strisciante? La riproduzione è naturale, ma la violenza? Spostandoci in natura, prendiamo le lumache e i bonobo, li avete mai visti duellare? I felini sì, ma sono un tipo tra tanti tipi. Non è che per caso gli uomini per via della cultura greca si sono convinti di essere violenti per natura? O meglio, di essere autocoscienze –per dirla alla hegeliana- che prima dell’incontro sperimentano la dimensione dello scontro/conflitto?

Erano pastori d’altro canto, chi col gregge più grande, chi meno. Non si può pretendere che conoscessero il messaggio cristiano vivaddio.

Ma perché privilegiare la personificazione della violenza a quella della volontà? Perché scontro anziché incontro? Perché mettere in atto una dialettica servo-padrone anche nel semplice dialogo? Ma la si tiri fuori dal cilindro della dialettica quando si tratta di giustificare il sopruso del proprietario del terreno sull’usufruitore dello stesso, ad esempio.

-Scusi che ore sono?-

-Si compri un orologio.-

-Me l’ha appena rubato lei!-

-Ecco, appunto. Vede che ho ragione?-

Sono molte le X per natura che si è tentato invano di giustificare, quando per natura pare soltanto il coito; per citare –non alla lettera- Schopenhauer.

Hegel e Locke insieme appassionatamente, davano addirittura alla proprietà privata valore di naturalità. Perché? Perché l’uomo dopo essersi posseduto, possiede l’esterno. Aspetta. Da quando l’uomo si impossessa di sé? Da quando l’illusione glielo fa credere, magari. Quindi dopo, per quanto riguarda l’esterno, può illudersi di comprare un’isola come Jhonny Depp? Nessun uomo può possedere un’isola. Neanche se tutti gli altri uomini riconoscono ciò, annuendo compiaciuti come grassi banchieri dopo una speculazione andata a “buon” fine.

Non è per caso che la convinzione dell’essere confliggenti per natura è il placebo che fa veramente diventare l’uomo un essere così poco evoluto? E pensare che dovevamo andare oltre l’uomo.

In determinati periodi storici, a causa di cattive e menzognere credenze, si pensava che gli esseri umani fossero una specie soltanto eterosessuale. Certo. Non distinguevano ancora il pinguino maschio da quelli femmina (i pinguini formano anche famiglie omosessuali senza alcun risentimento o protesta religiosa, meno che meno i trichechi), oppure non ne avevano proprio visto mai uno. Certo. Non avevano alcuni strumenti. D’accordo. La domanda dunque è se noi abbiamo gli strumenti per sondare questa tradizione di violenza per violenza e di abbandonarla al suo destino animalesco?

All’inizio del corso di Storia della Filosofia Contemporanea si chiese agli studenti –definite “violenza”–, senza pretendere per forza una boriosa ricerca del fondamento ontologico del concetto preso in esame. Io risposi: –Uno strumento dalle ripercussioni sia fisiche sia morali che attiene all’animalità dell’essere umano–, sottintesi –Di sicuro un essere umano che si sia scrollato di dosso certi atteggiamenti di certi animali (non è il caso dei bonobo) o che non li abbia neanche mai conosciuti/esperiti tali atteggiamenti per merito della fiorente situazione familiare, saprà smettere di usare violenza per ottenere dei risultati, saprà andare oltre l’animale, oltre l’uomo-animale–, magari smetterà di ottenere dei risultati nell’immediato. E magari poi lo crocifiggeranno.

La mia domanda è se per caso non sia la tradizione greco-arcaica a portarci nella direzione del Grande Male. La Grande Salute, che è il volere la perdita dell’orizzonte di senso e la perdita dell’orizzonte come orientamento, scaturisce davvero da un apollineo vietarci la vita? O, d’altra parte, da un dionisiaco logorarla così velocemente?

La violenza è per natura?

Rispondo sì e giustifico ogni sopruso. Dagli Achei che riducono in schiavitù gli abitanti dell’isola di Melo, ai lager, ai gulag, alla violenza sulla donna perpetrata col favore dell’ombra della notte, allo stupro del bambino che, indifeso, non può che subire il potere del più forte (Era la madre a doverlo proteggere! Ancora con queste leonesse. Ma si guardino i fenicotteri che adottano i cuccioli di altri fenicotteri!).

La legge di natura è davvero così? Oppure questa legge di natura è quella che si vuole far credere, che il potere vuole far credere che sia? Non è che stiamo giustificando il potere andando contro natura? In fin dei conti la natura è per la sopravvivenza e di certo non sopravvive bene un bambino traumatizzato in tenera età. Immagino che in futuro si possa comunque riprodurre, ma quale sarà l’esito probabile oltre al suicidio? Davvero physis è contraria alla generazione delle cose che crescono?

Non voglio essere presuntuoso come qualche mio coetaneo. Nella mia ricerca sarò pronto, forse un giorno, ad accettare di essere io l’ammalato di pacifite e a riconoscere che tutti gli altri son sani, a riconoscere che invece per la razza umana è naturale un approccio alla vita s-velatamente polemologico.

Del disastroso 2° meeting dei giovani della regione Veneto a Caorle

Dammi spazio. Noi giovani CRE-ATTIVI, 24 settembre 2012

Già alle due e mezza/tre, a pranzo terminato, i tanto acclamati “Circa 1500 giovani presenti al Meeting di Caorle” di cui parla Marino Zorzato (PdL) con orgoglio sul suo blog, sono dimezzati, che dico, sono rimasti per un ottavo.

Il meeting non è piaciuto. I bandi (cinema, lavoro/impresa, volontariato e musica) e gli stanziamenti sono piaciuti.

Non che gli appalusi per Zaia non fossero scroscianti, ma la gente defluiva già dalle undici di mattina verso le uscite, i ragazzi delle scuole erano costretti a restare.

«Magniloquenti presentazioni» accompagnate da uno spirito di tifoseria insostenibile (aggiungo io).

«Tanto fumo, poca concretezza» sono i pareri che raccolgo, ma soprattutto «I giovani non hanno parlato! Li hanno premiati e basta. Non ho capito perché ha vinto Tizio piuttosto che Caio!»

Alcune classi sono finite lì perché è bello saltare la scuola e Zaia dal canto suo non aiuta, visto che ha ripetuto anche stavolta che sedeva sempre in fondo nelle corriere. Colto o meno, non voleva certo dare l’impressione del ragazzo che si interessava intellettualmente, ma più di una personalità concreta. Abbiamo capito. Ma è una delle tante personalità.

Ad ogni modo, per quei giovani interessati, tra i quali mi annovero,  che pensavano sul serio di essere parte di una cittadinanza attiva, che erano lì mossi dallo spirito del volontariato, il tutto è stato deludente. Figuratevi che cosa mi sono sentito dire a fine giornata (cito testuale) «e tu con che gruppo sei? Nessuno? Ma chi te l’ha fatto fare di venire?!»

Davvero quello della regione Veneto è un buco nell’acqua. Nell’acqua perché i soliti schierati saranno subito pronti a riempirlo di altra acqua per nasconderlo. I liquidi occupano lo spazio, lo sappiamo.

È sotto gli occhi di tutti. Stando alle cronache correnti il mondo delle regioni non sembra essere stato proprio parco, mentre i comuni tirano la cinghia.

Chi si è innamorato di Macchiavelli?

“Quando una banca può controllare la sovranità degli Stati, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione.”

Continuano i dibattiti e le riflessioni per il cinquecentenario dalla pubblicazione del Principe di Niccolò Macchiavelli. 

Macchiavelli se non altro ha indagato a fondo alcune dinamiche della politica e orientato i suoi studi senza morale.

In un brillante saggio M. Ricciardi sostiene che Macchiavelli nell’opera I Discorsi preferisse Roma e la sua struttura sociale all’oligarchica Venezia, perché Roma aveva quell’unità sociale che era garantita da istituzioni come il tribunato della plebe e aveva il cittadino armato pronto a difenderla e anche ad espanderla.

Venezia, invece, si serviva dei mercenari per proteggersi e questo ovviamente avrebbe consentito la diffusione della corruzione e pertanto alla decadenza. Se i soldi fossero il corrispettivo della passione.

L’autore del Principe pone il lettore di fronte molte constatazioni di un realismo schiacciante. Il suo intento era quello di prodursi in un’analisi lucida e forse un po’ cinica. Oppure anche lui era guidato da alcune particolari passioni.

È vero che una certa disposizione d’animo alla decadenza vede nello spirito di Venezia un esemplare sottile e raffinato. La Serenissima Repubblica non è solo espansione mercantile. È risvoltino dell’opulenza. A onore del vero un ampliamento di carattere militare diffonde lo stesso cultura, lingue, usanze, costumi, ma è grezzo, non è subdolo come un colonialismo economico.

Quando una banca può controllare le sovranità statali, il brivido del delirio di potenza è amplificato dall’elemento negativo che accompagna questo genere di sottomissione. Anche Des Esseintes si imponeva sulla realtà esterna e sul suo corpo, ma non di certo alla maniera di un atleta olimpico.

Isabelle Huppert potente giudice inquirente.

Nella vita ci si accorge che le dinamiche sono le stesse di quando si era a scuola e che si presentano soltanto in modo “allargato”. Non saprei dire se la trama sia più vera o finta. In questo caso è la commedia drammatica a rivelare le verità sui giochi di potere, come il giullare rendeva esilaranti gli errori, i soprusi, il malgoverno, le scomode verità del sovrano di fronte al sovrano. 

Quel gran Leviatano qual è la RAI, come la ribattezzò Philippe Daverio a Che Tempo Che Fa, mesi addietro censurò il telefilm Fisica e Chimica su Rai4 sotto la pressione del MOIGE, Movimento Italiano Genitori e bigotti, si fa per dire, visto che il telefilm, come altri della sua categoria “adolescenziale” quali Skins, proponeva i temi preferiti da Satana Trimegisto quali minorenni in cinta, droga ed omosessualità.

Questa sera torrida quanto annoiata di uno dei tanti 14 agosto invece il terribile mostro marino si è guardato bene dal censurare su Rai5 il film francese L’ivresse du pouvoir (La commedia del potere) diretto da Claude Chabrol con l’impagabile interpretazione di Isabelle Huppert nei panni del giudice inquirente Jeanne Charmant.

La trama è presto detta quanto “vera” e accettabile perché “finta”. Un realismo schiacciante e magico accompagna la battaglia/indagine della protagonista su un caso di appropriazione indebita e malversazione di denaro pubblico da parte di un ricco industriale. Affascinante è la potenza con cui viene presentato il personaggio. Una donna brillante con la capacità di incidere sulla realtà riesce a smuovere le acque per nulla torbide in cui scorrazzano allegramente i dindini. Mazzette. Riciclaggio. Modi-che-ancora-il-volgo-non-conosce-di-fare-soldi-sulla-povertà-altrui.

La battaglia contro le banche svizzere, quelle di Londra e i paradisi fiscali si arresta nel finale. Opprimente. “Che se la sbrighino da soli” è l’ultima battuta della poderosa protagonista. Una donna che fino a qualche secondo prima avremmo detto essere alla giustizia come Miranda Priestley è alla moda.

La giustizia.

Mi torna alla mente la citazione del poeta polacco Adam Zagajewski che Erri De Luca riporta su GQ Italia del mese di agosto «Cercavamo la giustizia confondendola con la bellezza».

La giustizia è un po’ bella almeno al cinema, il film preso in esame non è un marvelliano fumetto a proposito di una amabile paladina del bene e del giusto, ma una comédie dramatique sulla vita di un giudice inquirente, il quale, seppur di ferro, resta, come dire, umano. Allora. La giustizia è umana? O la legge che cerca all’infinito di aderire al concetto di giustizia non potrà mai accontentare questi curiosi esseri umani senza che debba intervenire un supereroe? Terribile. Spunta Dio. E spunta anche nel film.

Quando a scuola insegnano a rispettare le regole (migliorabili perché funzionali) e qualcuno non le rispetta si viene convocati dal preside, sospesi, espulsi, ma si può anche restare impuniti. Gli impuniti diranno che le regole sono sbagliate e potranno essere sostenuti anche dai figli della signorina Rottermeier i quali, pur rispettandole, le disprezzano, appunto a causa delle madre, ma guai a cercare delle nuove regole “giuste”, le regole sono sbagliate. Punto.

Quando nella vita ci si accorge che le dinamiche sono le stesse di quando si era a scuola e che si presentano soltanto in modo “allargato” allora la domanda che sorge  spontanea si imbatte in una triste risposta.

 

L’app “Obama è vicino”!

Obama2012 è una app innovativa. A sfidarla quella del rivale Mitt Romney, la quale per ora risponde con una briosa schermata “Coming Soon”.

Lo ha annunciato Obama oggi alle 00:28 (ora italiana) di Ferragosto. È ufficiale. È scaricabile la nuova smartphone app in grado di comunicare tutte le news sulla campagna elettorale, gli eventi significativi vicino a te e altro ancora sul candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Avete ancora quella del 2008? Ottimo. Fa molto retrò.

Obama è stato un fenomeno del web, lo sappiamo tutti. È normale Marialuce che si affidi alla connessione che lega tutti i suoi possibili elettori.

Il suo sfidante Mitt Romney attraverso la sua compagnia ha lanciato l’applicazione Mitt’s VP, ma dopo averla scaricata e aver inserito i propri dati si può ricevere solo una schermata con scritto Coming Soon!

Certo in Italia gli elettori connessi sono forse meno che negli States ma questo non ferma i grandi Vips della politica e del mondo dello spettacolo. Già. Perché ora anche loro hanno un account twitter col quale potranno annunciare l’avvento di una loro personalissima applicazione. Con le dovute conseguenze s’intende.

Spread schizofrenico. Crisi finanziaria tendenza del capitale.

Sentiamo mille e più volte la parola spread ma non ci arrischiamo a spacciarci per economisti. Be’… dovremmo. O meglio, più che improvvisarci economisti, vorremmo strozzarlo questo spread ma non siamo sicuri se il fatto di strozzarlo migliorerebbe o peggiorerebbe la situazione. Ascoltando e guardando i media, distantissimi dalla realtà delle cose, ci chiediamo inoltre se esista una schizofrenia capitalista e, dunque, pure uno spread schizofrenico.

Tra i mille piani d’immanenza dell’opera di Gilles Deleuze, c’è un testo che appassionò diversi intellettuali italiani degli anni Settanta, scritto in collaborazione con Felix Guattarì: L’anti-Edipo, apparso nel 1972.

È il testo che cita Antonio Gnoli su Repubblica la domenica del 5 agosto 2012, titolando «Se per Deleuze lo spread è l’inconscio del capitale».

«L’anti-Edipo porta come sottotitolo “Capitalismo e schizofrenia”. Deleuze e Guattarì riconducevano quest’ultima […] ad un’esperienza in grado di liberare il desiderio dalla sottomissione all’oggetto. […]

Che cos’è lo spread se non il sintomo che il grande inconscio del capitale detta all’agire delle nostre vite

L’analisi del giornalista si pone in un’ottica che legge il capitalismo «fuori dalle pastoie freudiane» però considerandone l’aspetto inconscio. Analizzare questo inconscio del capitale può aiutarci a leggere le attuali crisi finanziarie come provocate da spinte invisibili verso il disastro. Spinte che, negli autori dal Novecento in poi, hanno dei nomi ben precisi.

Volens nolens con Marx possiamo leggere la crisi finanziaria come tendenza immanente al capitale stesso, con Freud subito dopo, a proposito della crisi finanziaria, notiamo che è un qualcosa proprio del sistema, insito in esso, inteso tout court, e dunque si presenta un “qualcosa” di indefinibile per chi è immerso nel vortice, che ha una terribile somiglianza con le pulsioni di morte umane.

Se assumiamo che la nostra società è umana, è una divertente ipotesi affermare che anche nella società, che obbliga alle rinunce pulsionali per instaurarsi, esistono delle pulsioni aggressive, dello stesso tipo, dirette verso se stessa. Non solo gli uomini che le sfogano con la guerra, ma anche la società stessa che dentro di sé si corrode e le sfoga sugli uomini. Suoi creatori.

Speranza? Nessuna. Ma da una crisi finanziaria il sistema ne esce rinnovato (purtroppo non diverso) solo cambiato di qualche aspetto, nella distribuzione delle ricchezze e nei modi di produzione. Esce un uomo nuovo, pronto a subire ancora gli effetti di forze ambivalenti ed oscillanti.

Morta Anna Piaggi, inconfondibile giornalista scrittrice, icona del fashion

Il suo aspetto tra mille misto non ha.

Oggi, 7 agosto 2012 muore Anna Piaggi all’età di 81 anni. Fu d’ispirazione per stilisti del calibro di Karl Lagerfeld. Ha cominciato come traduttrice presso la casa Mondadori. Forse sono troppo giovane e troppo fuori dal mondo per aver conosciuto direttamente le sue gloriose gesta come giornalista e scrittrice, ma vi assicuro che quando nel marasma di personaggi, di personalità presenti alle sfilate, di tv show a word fashion channle, fashion tv e simili, quando si guardavano indistintamente questi volti, la si riconosceva sempre. In realtà di vista la conoscono tutti. Non solo la sua voce ma il suo aspetto tra mille misto non ha. Un aggettivo che utilizzerebbe un profano come me per descriverla? Inconfondibile.

Finalmente arriva il coming out di Mika.

Anche il blog di Perez Hilton lo ha annunciato, per il mondo gaio questo significa che è ufficiale. Mika ha finalmente fatto coming out.

Annunciata oggi dal Gay&Night Magazine, la notizia -come di consueto nell’era di internet- ha fatto il giro del mondo.

Scontato dire che tutti se lo aspettavano e dunque viene da chiedersi quale sia la notizia. Perché?

Perché tutti i gay del mondo sapevano che Mika era uno del club. E come? Ma grazie al radar! Chiaro. Si tratta dello stesso radar che aveva detto loro la verità a proposito di Tiziano Ferro prima che lui confermasse.

Quel radar che continua a ripetere la sua verità a proposito di Valerio Scanu, Marco Carta e Willwoosh. Il problema forse è che a volte si cerca di manometterlo per eccessivi moti di simpatia. Ma il radar -lo sappiamo- è fallibile.

Ermete Trismegisto e Satana Trismegisto

Cristianesimo scoppiazza. Baudelaire e la figura di Satana trismegisto.

Ermete Trismegisto è un personaggio leggendario dell’età ellenistica venerato come grande sapiente, a lui è attribuito il Corpus hermeticum, una collezione di scritti dell’antichità che fu fonte d’ispirazione per il pensiero ermetico e del neoplatonismo rinascimentale.

Trismegisto significa letteralmente «tre volte grandissimo» a causa di questo epiteto alcuni collegano Ermete, dio greco del lògos, delle scienze tecniche e della comunicazione, con Thot, dio egizio delle lettere, dei numeri e della geometria. Era in effetti costume egizio quello di reiterare l’aggettivo «grande» prima del nome della divinità.

Entrambi sono al servizio di una divinità superiore (Ermete è messaggero di Zeus, Thot è lo scriba di Osiride); Ermete è dio della parola e Thot è dio della parola e della letteratura; entrambi sono psicopompi, accompagnatori delle anime dei defunti nell’oltretomba.

Per una certa critica il fatto che Baudelaire applichi a Satana l’epiteto di Trismegisto, denota la volontà di accostare a un Satana non propriamente cristiano la figura del dio Hérmes. Perché il Satana della concezione baudelairiana non è solo il sovrano dell’inferno, è colui che -senza ucciderti- ti accompagna verso l’inferno durante tutta la tua vita.

«Regge il diavolo i fili che ci muovono!

Un fascino troviamo in ogni cosa ripugnante;

ogni giorno, senza orrore, tra il puzzo delle tenebre,

di un passo verso l’Inferno discendiamo.»

L’estratto dalla poesia Au lecteur esplicita già le motivazioni della scelta del poeta. Satana, assieme a Cain, come possiamo rintracciare nella quinta sezione Révolté dell’opera Fleurs du Mal, è il primo dei grandi ribelli. Ed è Trismegisto perché anch’egli è duplice come Ermete. Da un lato il dio della tecnica, sembra aiutare l’uomo con la scienza e la conoscenza, il progresso e la comunicazione, dall’altro lato invece non salva l’uomo dall’estinzione e lo conduce comunque inesorabilmente alla morte.

Ad Ermete Trismegisto erano attribuiti numerosissimi libri di scienze e una gran quantità di conoscenze sulla scienza e in generale appartenenti all’ambito molto umano della téchne, gli era inoltre attribuita l’attività artistica.

Allo stesso modo, Baudelaire, attribuisce a Satana tali elementi e lo definisce come duplice e tre volte grandissimo. Satana non si presenta sotto forma di angoscia -quello è lo Spleen-, si nasconde nella società della tecnica, alimenta la falsa nozione di progresso, nei confronti della quale i cuori e gli animi dei borghesi sono già rapiti.

Il progresso è associato alle scienze e dunque al dio da cui derivare -secondo le idee che stiamo affrontando- le scienze stesse, ma non è qualcosa che migliora la condizione umana, se non all’apparenza, perché in effetti questo qualcosa/migliorare non può sconvolgere il sistema perché ne è interno, perché ne fa parte, dunque accompagna il sistema, non lo sconvolge, non lo migliora.

Da questa illusione interna allo stesso sistema notiamo come:

«Sul cuscino del male a lungo il Trismegisto Satana

lo spirito incantato culla, e il ricco metallo della nostra

volontà, vien svaporato da quel dotto chimico.»

Il dotto chimico come esperto delle nuove scienze è ancora una volta Satana. Questi poggia sul cuscino del male, elemento concreto, basso, della quotidianità affiancato ad un elemento alto, inventato, ideale, qual è la divinità, precisamente secondo lo stile dell’ossimoro baudelairiano.

Questo cuscino distoglie dal pensare alla pesanteur della condizione umana, e -volendo rintracciare un collegamento per nulla forzato- considereremo che i luoghi dove si fumava l’oppio erano disseminati di cuscini.

L’oppio si inserisce qui nel novero delle sostanze alteranti della percezione, chiamate dal poeta Paradisi Artificiali, cui dedicherà l’opera Les Paradis Artificiels nel 1860. Il Male dunque è presente sia che si distolga lo sguardo dalla angosciosa condizione umana, dalla putrida società borghese, sia che la si creda di vivere pienamente ed è in primo luogo -per il poeta che cerca una fuga- un cuscino, soffice e invitante, sul quale poter sprofondare.

Il crogiolarsi baudelairiano ha permesso la realizzazione di un’opera di notevolissimo pregio, è l’«auto contemplazione» del poeta come la definisce Sartre, ad aver -in tutta la sua splendente negatività- creato i fiori malati, imbevuti di Male.

Matrimoni tra persone omosessuali: sì di Fini

Gianfranco Fini (2004 image)

Dopo il dialogo dall’esito positivo avvenuto ieri tra Fini e la deputata PD Anna Paola Concia sul riconoscimento in Italia del matrimonio della parlamentare dello scorso anno avvenuto in Germania con Ricarda Trautmann, il Presidente della Camera si è detto favorevole ad una proposta per l’estensione verso tutti di quel riconoscimento, simile ai pacs, già garantito ai parlamentari. Quando? Entro la fine della legislatura.

Oggi su Repubblica Fini ha dichiarato che sarà difficile perché non vi sono precedenti. Se si riferiva alle proposte da parte della presidenza, è corretto. Mentre, ricordo, nove sono le proposte depositate in parlamento. Se si riferisce ai matrimoni di coppie dello stesso sesso, la giuriprudenza non è d’accordo e la penna rossa corregge. I precedenti ci sono. Si ricordi la 138/2010 della Corte Costituzionale e i vari casi presi in esame singolarmente dai magistrati sul territorio, come ad esempio il caso delle gemelle cresciute con una madre convivente con una donna che frequentano regolarmente il padre convivente con un uomo, mentre veniva denunciato da enti bigotti come un caso indecente, il tribunale dei minori ha dichiarato invece che le bambine non potrebbero ricevere più amore di quanto ne ricevono e che devono stare lì dove sono. Nella lista dei precedenti io annovererei anche alcune statistiche proveniente da realtà ufficiose che ormai sono davvero tante e perciò non ignorabili; 100.000 i bambini che vivono famiglie di genitori omosex. Ognuno con la sua storia personale.

La penna rossa non crede che i pacs siano la soluzione per una uguaglianza sostanziale, ma di certo sarebbero un passo avanti.

Si crede inoltre che alcune mosse politiche abbiano le fattezze dei favoritismi, ma che la comunità più che le ragioni mandanti, si interessa ai benefici futuri.

PS Chissà che cosa pensa il Papa delle dichiarazioni del suo Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Piano.

[http://archiviostorico.corriere.it/2005/novembre/21/Ciampi_Berlusconi_Casini_Letta_Ecco_co_9_051121027.shtml]