Domanda per un bigotto

Convegno. Verona. 21 settembre. Sulla teoria del gender – per l’uomo o contro l’uomo. Surrogato pseudorazionale spremuto da un testo sacro.

 
Il 21 settembre si terrà a Verona un convegno sulla teoria del gender con il patrocinio del comune, del sindaco Tosi che ha espresso la sua opinione «siamo in democrazia, si può esprimere l’opinione che i gay siano malati» e della provincia.
I relatori propongono un modello naturale di famiglia, ma dovranno giustificare la sua evidente storicità. Una valanga di associazioni tglb presidieranno. Come andrà a finire?
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Vorrei tanto discutere dei concetti di famiglia razionale (veicolato dal cristianesimo) e famiglia naturale, magari aggiungendo la terza categoria, le famiglie culturali, ma mi preme spostare l’attenzione sull’omofobia di fondo di questo tipo di iniziative. È più importante la reazione al contenuto, in questo caso.text-divider

Qual è l’opinione di un docente mai abilitato all’insegnamento sui fenomeni di bullismo contro omosessuali, considerando che non è intelligente assimilare la natura alla cultura umane, visto che di una antinomia si tratta e osservando anche una inestricabile complessità non della natura ma della cultura umana?

Mi spiego. Mentre sono costretti a cibarsi di inimicizie e insofferenze di cui farebbero a meno, gli adolescenti che non intraprendono o non completano o completano più lentamente il rito di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, come dovrebbero vivere lo scoprirsi omosessuali? Ammesso il pregiudizio che questo rito di passaggio sia lecito.

Come si devono comportare nei confronti di coetanei che li vessano e snobbano e insultano ed emarginano e provocano, deridono, umiliano, agitano, rovinano, attaccano, distruggono?

Si sa che non sono tutti i gay adolescenti che vengono bistrattati e aggrediti, ma si sa anche che gli altri, quelli indifferenti, per uno scherzo del destino, solitamente non intervengono. Perché secondo lei a margine di questi convegni pare strisciare l’idea che ciò che è contro-natura o, più correttamente, diverso dalle prescrizioni umane che vengono imposte al concetto altrettanto umano di natura, va ripudiato, aborrito, schifato o, nelle migliori delle ipotesi, aiutato?

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La domanda che le porgo umilmente, con un mucchio di avverbi e irritanti secondarie, è come e se possiamo giustificare l’emarginazione ideologica, la cattiveria dei pensieri, la malvagità di questi fenomeni che sfociano anche nella richiesta estrema di aiuto: il suicidio?

Come si punisce il colpevole di un omicidio-indiretto?

Sono noti anche innumerevoli casi di cristiani perseguitati, la situazione, è vero, è un po’ diversa, perché abbracciare una religione è una scelta/chiamata mentre ritrovarsi addosso appioppata da dio una sessualità, un genere, un orientamento, non lo è affatto. E non li sto assimilando tra loro.

Ma rispetto a questi cristiani perseguitati dagli induisti perché succubi di un credo empio, servi di una religione innaturale e sconveniente, che cosa ne pensa? Come pensa sarebbe doveroso intervenire? Credevo fosse pacifico che la discriminazione si manifesta e cresce a diversi livelli e a diversi gradi.

PS. Prima di discutere del ruolo della famiglia in tutto questo, sarebbe da precisare se con famiglia naturale ci si riferisce ad una natura che è natura naturans, natura naturata, physis o altro. Secondo me è riferito a un surrogato pseudo-razionale spremuto da un testo sacro.

L’app “Obama è vicino”!

Obama2012 è una app innovativa. A sfidarla quella del rivale Mitt Romney, la quale per ora risponde con una briosa schermata “Coming Soon”.

Lo ha annunciato Obama oggi alle 00:28 (ora italiana) di Ferragosto. È ufficiale. È scaricabile la nuova smartphone app in grado di comunicare tutte le news sulla campagna elettorale, gli eventi significativi vicino a te e altro ancora sul candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Avete ancora quella del 2008? Ottimo. Fa molto retrò.

Obama è stato un fenomeno del web, lo sappiamo tutti. È normale Marialuce che si affidi alla connessione che lega tutti i suoi possibili elettori.

Il suo sfidante Mitt Romney attraverso la sua compagnia ha lanciato l’applicazione Mitt’s VP, ma dopo averla scaricata e aver inserito i propri dati si può ricevere solo una schermata con scritto Coming Soon!

Certo in Italia gli elettori connessi sono forse meno che negli States ma questo non ferma i grandi Vips della politica e del mondo dello spettacolo. Già. Perché ora anche loro hanno un account twitter col quale potranno annunciare l’avvento di una loro personalissima applicazione. Con le dovute conseguenze s’intende.

Razzismo generato dall’appartenenza e dall’insofferenza

In siffatta divertente ipotesi di lavoro mi permetto di sostenere tesi azzardate e controintuitive.Il lettore vigile saprà coglierne l’apporto innovativo e l’aggancio medievale. Se non fantascientifico è comunque azzardato cercare di spiegare il razzismo attraverso la teoria della nascita degli stati; ma attraverso una abbozzata storia concettuale mi sono preso -senza alcuna giustificazione valida- la libertà di unire in un testo poco coeso una realtà come quella del razzismo e un’altra realtà un po’ meno reale come quella della teoria politica, che risultato distantissime fra loro.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché le masse si sono accorte di non essere masse. Gli individui infine capirono (passato remoto perché il processo è concluso) di non essere assimilabili ad alcun gruppo, se non in forza di qualcosa di arbitrario, anche se -attraverso esplicita dichiarazione della volontà- si sottomettessero ad una appartenenza, ciò rimarrà sempre una etichetta, limitata ed involutiva per l’essere umano preso in esame. L’etichetta funziona con le scienze, che catalogano ciecamente, non funziona nelle relazioni, è un’operazione illecita per qualunque essere umano, e la politica è essenzialmente relazione. È da aggiungere che i giudizi categoriali, nella pratica, paiono impliciti, pare impossibile poterne farne a meno, ma ciò perché è un modus vivendi molto comune.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché gli esseri umani si sono accorti che «i partiti non rappresentano le parti[1]». Quando un individuo non basta a se stesso è a causa di un moto esterno che lo porta a considerarsi come incompleto, è perché scivola pericolosamente nel riconoscimento di una infinità di differenze; additando queste ultime ad elementi costituiti della società ed imprescindibili da essa si disillude, perde fiducia nel cambiamento e sebbene in alcuni casi appaia attivo in politica, in realtà non fa politica. Fa qualcos’altro.

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L’insofferenza diffusa verso la società (per esteso) è tipica dei regimi, è tipica delle monarchie, è tipica delle oligarchie, è tipica delle democrazie. Con la rappresentanza indiretta, nelle varie forme di stato, si è cercato di mitigare tale insofferenza, ottenendo per’altro scarsissimi risultati. I delegati sono di fatto, soltanto, in pratica, evidentemente diventati i detentori del potere decisionale, il loro potere se formalmente deriva dal voto, è sempre sottomesso al loro essere umani e dunque gestito soggettivamente.

L’insofferenza diffusa verso la società si cerca di mitigarla -nella contemporaneità- con un volgersi al concetto di cittadinanza attiva. Sebbene io stesso sia sensibile alla questione e più volte mi sia dichiarato favorevole ad una riflessione per l’attuazione di tale rappresentanza diretta, ritengo che sia uno strumento incompleto, il quale può però mitigare molto più a fondo l’insofferenza.

Ma sempre di un’illusione si tratta. Il problema della concordanza tra cittadini, qui sotteso, è legato all’egoismo dell’essere umano, il quale fintanto che si comporterà come un animale, avrà sempre motivo di scontrarsi con l’altro, avrà sempre un atteggiamento hegeliano da autocoscienza che ha un atteggiamento di conflitto (pòlemos) verso un’altra autocoscienza. La politica è implicitamente conflittuale?

Ciò è soltanto un luogo comune e diffuso, esistono altre modalità di approccio, che, siccome meno comuni, sono andate dimenticate, o meglio, sono state fatte sparire dal conflitto che ha inficiato col sangue bestiale l’armonia. Esiste una costruzione sociale malevola e violenta della quale l’uomo che apre gli occhi, l’uomo che demistifica, l’uomo che comprende l’intrinseca irrazionalità del reale, non può non accorgersi.

L’insofferenza si traduce in razzismo. Intendo quest’ultimo termine in senso generale ed esteso, come quel processo nella mente dell’uomo che lo porta a considerarsi diviso dagli altri esseri a causa di differenze di sorta, dalle più evidenti a quelle meno. Violenza. Barbarie. Egoismo. Snobbismo. Bestialità collettiva.

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L’eccesso di senso di appartenenza produce razzismo.

Sebbene l’appartenenza ad un gruppo non generi -come conseguenza ovvia- il razzismo, ma ciò accada solo con l’eccedenza, l’appartenenza anche moderata ha la capacità di instillare credenze nell’individuo.

Non esiste istituzione più animalesca della credenza, e che cosa spinge gli uomini a raggrupparsi se non l’avere credenze comuni? Il pactum unionis riunisce individui che sono una moltitudine in un gruppo unitario che riconosce a tutti i membri una caratteristica comune. Quale? Il territorio? La lingua? La nazionalità? I costumi? L’ethos? No. L’illusione di questo patto di unione sta proprio nel fatto che gli individui si riconoscano tra di loro proprio perché ciò che li unisce è il patto stesso. Peccato che il patto rientri nella speculazione teorico-filosofica e nelle ipotesi di lavoro dei teorici. In tal modo si scopre che non vi è mai stata alcuna stipulazione, semmai qualche contentino che assomiglia alla deliziosa crocchetta che educa l’animale ingannandolo con una falsa percezione.

Caro popolo insofferente, quando ti viene concessa la crocchetta ti accucci, ma non è vero che accucciandoti tu possa sempre mangiare.

Qualcuno obietterebbe: l’illusione che la sovranità risieda nel popolo in realtà è una questione che si riduce al dualismo formale-sostanziale. Allora bisogna condurla con azioni politiche al piano dell’effettività. Ciò è sbagliato, o meglio, incompleto, ma comunque resta molto utile a mitigare l’insofferenza. Argomento: la sovranità deve cessare. L’amministrazione e i burocrati sono i più utili eppure dovranno essere i più sorvegliati.

Tornando all’argomento principale, per non perdere per strada le menti, un modo per eliminare il razzismo è l’empatia. E dato che la storia (udite udite una definizione di storia che non possa essere contraddetta) è un moto empatico verso gli autori del passato, (tanto che ogni autore è giusto se considerato empaticamente per quello che è il suo pensiero), di conseguenza studiare la storia nel modo completamente opposto a quello che riempie il cranio di nozioni, quello diffuso per intenderci, è il modo per soffocare il razzismo. Non la storia per comprendere la mia identità culturale, bensì la storia per distruggere il senso identitario e con esso i pregiudizi, il razzismo, il classismo.

Venne mossa una obiezione, durante una lezione sul razzismo, a chi insegnava «Dato che loro sono i primi ad essere razzisti, siamo noi (italiani) giustificati su questo fronte.» Troppo facile controbattere vero? Non lo farò.

Questa obiezione non è solo banale e ingenua ma anche fuorviante per quello che è il focus centrale.

Il nodo della questione è che non si tratta di un noi o di un voi, ma di un io e di un tu. Sempre.

Una situazione che eccede nell’appartenenza è preferibile solo per chi deve dividere ed imperare. Ecco dove risiede il potere! La sovranità nasce dalle differenze ed in esse si stravacca. La frase: siamo tutti uguali nella diversità. È giusta. Non è uno slogan a caso, vuoto di senso. È il concetto di individuo che non può essere ricondotto ad unità, eppure al contempo detiene uguale ragion d’essere, uguale dignità.

Riferendomi all’attualità gli Stati perdono terreno, il loro essere elemento formale probabilmente subirà un’involuzione a delle macro-regioni, oppure una medesima involuzione in senso opposto venendo ingoiati e digeriti malamente da organismi sovrannazionali verso i quali però, si ricordi, c’è una concessione solo di parte della sovranità.

Dunque, ricapitolando, la sovranità è concessa dal popolo a chi lo rappresenta nella stato (ma nella teoria risiede ancora nel popolo), dai rappresentanti allo stato (passaggio inutile da sottolineare), dallo stato all’organismo sovrannazionale. In realtà, (demistifichiamo e tenetevi forti) «La sovranità del popolo non è mai esistita e gli stati sovrani non ci sono più; dov’è allora la legittimazione democratica?[2]». All’attuale chi governa sono le banche, il problema che si pone è se dirigano correttamente oppure no dal punto di vista pratico e amministrativo. Le banche però non devono nulla al popolo, i passaggi sono troppi e la gente si perde, persino i banchieri si perdono, tant’è che ti concedono la casa a debito. È uno scherzo. Ribaltiamo. Noi, popolo, concediamo a chi amministra il nuovo Dio-che-tutto-muove la possibilità di dirigerci, a patto che amministrino decentemente, distribuendo ciò che è giusto, ossia ad ognuno secondo le sue necessità, ad ognuno secondo ciò che merita.

Il razzismo trova terreno fertile quando si sommano vari contesti:
– quando vi è insofferenza verso un governo che non guarda al di là di un sistema economico che si è eternato,
– quando ci si rifugia nelle opinioni comuni, senza concepire che i pensieri degli altri nella propria testa possono essere fatti fruttare e possano creare magari qualcosa che si distacchi un minimo, qualcosa di nuovo,
– quando si soffre e non si esprime il proprio dolore perché sconveniente per la dignità. Quale dignita? È più degno chi piange ed esterna di chi reprime.

È in questo universo di credenze sbagliatissime che si alimenta il razzismo. Cibo e casa sono per l’uomo sereno, e con questi altri derivanti di quel concetto che solo quando saremo estinti potremo afferrare qual è la giustizia.

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[1] Giuseppe Duso, cit. orale, lezione del 27.03.2012 di filosofia politica, si veda a proposito S. CHIGNOLA, G. DUSO, Storia dei concetti e filosofia politica, Franco Angeli s.r.l., 2008, Milano

[2] Ivi

Foto © Guy Denning, Dereck Overfield

Travaglio omofobo?

English: Marco Travaglio - photo 2 Italiano: M...

English: Marco Travaglio – photo 2 Italiano: Marco Travaglio a Canosa (Photo credit: Wikipedia)

Propongo una brevissima disamina a chi avesse dubbi in merito.

A sostegno della sua presunta omofobia è stato scritto che ha due figli e non ne parla mai, che ha una moglie che fa la casalinga e non ne parla mai. Questi sono argomenti molto deboli. Altri argomenti riguardano il suo scherzare sulla politica di Nichi Vendola.

L’estrema riservatezza di Marco Travaglio nei confronti del suo privato probabilmente risiede nel fatto che con il tipo di giornalismo d’attacco cui è solito, un nemico o due è anche solito raccoglierlo. E questa divisone pubblico-privato è ravvisabile a mio avviso anche nella questione a proposito di Nichi Vendola. Non attacca Vendola sulla base del suo orientamento sessuale, ma sul suo modo berlusconiano di fare politica.

Si insinua che Marco Travaglio sia tendenzialmente omofobo perché ha avuto come maestro Indro Montanelli, uomo dichiaratamente di destra. Un padre spirituale influenza la forma mentis o i valori che si mettono in campo nello svolgere il proprio lavoro, ma per questioni umane-umanitarie come i diritti lgbt è improprio parlare di ‘schieramenti’. E poi nel Regno Unito è la destra liberale ad essere a favore dei diritti lgbt. Se qualcuno vuole considerare Marco Travaglio come qualcuno che esprima posizioni da destra liberale, suppongo non lo si possa tacciare di omofobia, sempre se continua a mantenere una prospettiva liberale.

Altri argomenti a sostegno della sua omofobia sono che non vede di buon occhio i gay pride. Questo è un argomento che non mi sento di commentare non avendo fonti da citare. Essere contro il gay pride è una posizione sostenuta anche da molti omosessuali che presentano il –sociologicamente curioso e interessante– problema dell’omofobia interiorizzata. In ogni caso non ho mai sentito Marco Travaglio dire esplicitamente «Non vedo di buon occhio i gay pride» se mai lo farà dedicherò alla questione un altro post.

Per completezza vi copincollo un estratto di Marco Travaglio da il Fatto Quotidiano in cui scrive a proposito di omosessualità e di una dichiarazione agghiacciante di Renato Farina.

Chiedendo scusa alle signore, cito testualmente dall’editoriale di prima pagina sul Giornale di lunedì a firma Renato Farina (me l’ha segnalato un lettore, mi era sfuggito, non ci si può fare del male tutti i giorni):

Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere graduazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?

Se le parole hanno un senso, il Farina sta fornendo, sul quotidiano di famiglia del presidente del Consiglio, preziose indicazioni per orientare il mirino di killer, serial killer, canari, neonazi da spedizione punitiva, teste rasate con le mani che prudono, personcine così. Una specie di listino di borsa dei bersagli da escludere e da privilegiare. A lume del suo proverbiale buon senso, egli ritiene che, dovendo proprio ammazzare qualcuno (quando ci vuole ci vuole), è meglio sincerarsi che la vittima sia gay, in quanto notoriamente incapace di procreare. L’ideale sarebbe sceglierlo single, il gay, onde evitare che a piangere sulla sua bara ci sia anche un compagno, cioè un pubblico concubino contro natura, che guasterebbe il panorama e imbarazzerebbe gli eventuali Farina presenti alle esequie. E’ viceversa vivamente sconsigliabile assassinare padri di famiglia, per definizione eterosessuali e dunque di rango doppiamente superiore ai gay single: anzitutto perchè, lo dice il ragionamento stesso, accanto a ogni padre di famiglia ci dev’essere (o ci dev’essere stata) per forza una madre di famiglia e soprattutto ci devono essere dei figli.

Purtroppo i consigli ai cecchini si fermano qui, forse per motivi di spazio. Ma la speciale classifica dei soggetti socialmente più inutili, la cui eliminazione merita in tribunale la speciale “attenuante Farina”, si presta a ulteriori sviluppi che prima o poi andranno esplicitati. Se uno, per esempio, volesse incaponirsi a trucidare un eterosessuale col minimo danno sociale, sempre a lume di buon senso, dovrebbe concentrarsi sulla categoria degli impotenti scapoli che, non contenti di aver rinunciato a farsi una famiglia, hanno pure l’ardire di non procreare, e dunque, quanto a utilità sociale, sono molto prossimi ai gay, pur senza portare su di sé il marchio d’infamia della culattoneria: cioè, diciamolo, sono socialmente utili più o meno quanto un pelo superfluo.

Anche fra i padri e le madri di famiglia, poi, bisognerebbe operare qualche opportuna distinzione: una donna in menopausa vale molto meno di una potenziale partoriente, e così un uomo operato alla prostata non può certo rivaleggiare con un maschio italico nel fiore degli anni (senz’allusioni ad alte o basse cariche dello Stato, notoriamente fuori concorso). Molto al ribasso immaginiamo si collochino, nel fixing farinesco, i portatori di qualsivoglia handicap dalla cintola in giù che li escluda dal novero dei padri di famiglia effettivi o potenziali. Volendo poi sottilizzare ci sarebbero anche, a fondo classifica, i giornalisti che prendono soldi dai servizi segreti perché si credono in missione antiterrorismo per conto di Dio, come i Blues Brothers; si fanno chiamare Betulla; spìano colleghi e magistrati; pubblicano dossier farlocchi ispirati da Pio Pompa; infamano morti ammazzati come Enzo Baldoni; vengono espulsi dell’Ordine: si fanno eleggere
deputati; continuano a scrivere bestialità sul Giornale del premier. Non osiamo quantificare il danno sociale di una loro eventuale scomparsa dalla scena pubblica. Ma solo per il timore di svegliarci da un bel sogno.