Del disastroso 2° meeting dei giovani della regione Veneto a Caorle

Dammi spazio. Noi giovani CRE-ATTIVI, 24 settembre 2012

Già alle due e mezza/tre, a pranzo terminato, i tanto acclamati “Circa 1500 giovani presenti al Meeting di Caorle” di cui parla Marino Zorzato (PdL) con orgoglio sul suo blog, sono dimezzati, che dico, sono rimasti per un ottavo.

Il meeting non è piaciuto. I bandi (cinema, lavoro/impresa, volontariato e musica) e gli stanziamenti sono piaciuti.

Non che gli appalusi per Zaia non fossero scroscianti, ma la gente defluiva già dalle undici di mattina verso le uscite, i ragazzi delle scuole erano costretti a restare.

«Magniloquenti presentazioni» accompagnate da uno spirito di tifoseria insostenibile (aggiungo io).

«Tanto fumo, poca concretezza» sono i pareri che raccolgo, ma soprattutto «I giovani non hanno parlato! Li hanno premiati e basta. Non ho capito perché ha vinto Tizio piuttosto che Caio!»

Alcune classi sono finite lì perché è bello saltare la scuola e Zaia dal canto suo non aiuta, visto che ha ripetuto anche stavolta che sedeva sempre in fondo nelle corriere. Colto o meno, non voleva certo dare l’impressione del ragazzo che si interessava intellettualmente, ma più di una personalità concreta. Abbiamo capito. Ma è una delle tante personalità.

Ad ogni modo, per quei giovani interessati, tra i quali mi annovero,  che pensavano sul serio di essere parte di una cittadinanza attiva, che erano lì mossi dallo spirito del volontariato, il tutto è stato deludente. Figuratevi che cosa mi sono sentito dire a fine giornata (cito testuale) «e tu con che gruppo sei? Nessuno? Ma chi te l’ha fatto fare di venire?!»

Davvero quello della regione Veneto è un buco nell’acqua. Nell’acqua perché i soliti schierati saranno subito pronti a riempirlo di altra acqua per nasconderlo. I liquidi occupano lo spazio, lo sappiamo.

È sotto gli occhi di tutti. Stando alle cronache correnti il mondo delle regioni non sembra essere stato proprio parco, mentre i comuni tirano la cinghia.

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L’app “Obama è vicino”!

Obama2012 è una app innovativa. A sfidarla quella del rivale Mitt Romney, la quale per ora risponde con una briosa schermata “Coming Soon”.

Lo ha annunciato Obama oggi alle 00:28 (ora italiana) di Ferragosto. È ufficiale. È scaricabile la nuova smartphone app in grado di comunicare tutte le news sulla campagna elettorale, gli eventi significativi vicino a te e altro ancora sul candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Avete ancora quella del 2008? Ottimo. Fa molto retrò.

Obama è stato un fenomeno del web, lo sappiamo tutti. È normale Marialuce che si affidi alla connessione che lega tutti i suoi possibili elettori.

Il suo sfidante Mitt Romney attraverso la sua compagnia ha lanciato l’applicazione Mitt’s VP, ma dopo averla scaricata e aver inserito i propri dati si può ricevere solo una schermata con scritto Coming Soon!

Certo in Italia gli elettori connessi sono forse meno che negli States ma questo non ferma i grandi Vips della politica e del mondo dello spettacolo. Già. Perché ora anche loro hanno un account twitter col quale potranno annunciare l’avvento di una loro personalissima applicazione. Con le dovute conseguenze s’intende.

Spread schizofrenico. Crisi finanziaria tendenza del capitale.

Sentiamo mille e più volte la parola spread ma non ci arrischiamo a spacciarci per economisti. Be’… dovremmo. O meglio, più che improvvisarci economisti, vorremmo strozzarlo questo spread ma non siamo sicuri se il fatto di strozzarlo migliorerebbe o peggiorerebbe la situazione. Ascoltando e guardando i media, distantissimi dalla realtà delle cose, ci chiediamo inoltre se esista una schizofrenia capitalista e, dunque, pure uno spread schizofrenico.

Tra i mille piani d’immanenza dell’opera di Gilles Deleuze, c’è un testo che appassionò diversi intellettuali italiani degli anni Settanta, scritto in collaborazione con Felix Guattarì: L’anti-Edipo, apparso nel 1972.

È il testo che cita Antonio Gnoli su Repubblica la domenica del 5 agosto 2012, titolando «Se per Deleuze lo spread è l’inconscio del capitale».

«L’anti-Edipo porta come sottotitolo “Capitalismo e schizofrenia”. Deleuze e Guattarì riconducevano quest’ultima […] ad un’esperienza in grado di liberare il desiderio dalla sottomissione all’oggetto. […]

Che cos’è lo spread se non il sintomo che il grande inconscio del capitale detta all’agire delle nostre vite

L’analisi del giornalista si pone in un’ottica che legge il capitalismo «fuori dalle pastoie freudiane» però considerandone l’aspetto inconscio. Analizzare questo inconscio del capitale può aiutarci a leggere le attuali crisi finanziarie come provocate da spinte invisibili verso il disastro. Spinte che, negli autori dal Novecento in poi, hanno dei nomi ben precisi.

Volens nolens con Marx possiamo leggere la crisi finanziaria come tendenza immanente al capitale stesso, con Freud subito dopo, a proposito della crisi finanziaria, notiamo che è un qualcosa proprio del sistema, insito in esso, inteso tout court, e dunque si presenta un “qualcosa” di indefinibile per chi è immerso nel vortice, che ha una terribile somiglianza con le pulsioni di morte umane.

Se assumiamo che la nostra società è umana, è una divertente ipotesi affermare che anche nella società, che obbliga alle rinunce pulsionali per instaurarsi, esistono delle pulsioni aggressive, dello stesso tipo, dirette verso se stessa. Non solo gli uomini che le sfogano con la guerra, ma anche la società stessa che dentro di sé si corrode e le sfoga sugli uomini. Suoi creatori.

Speranza? Nessuna. Ma da una crisi finanziaria il sistema ne esce rinnovato (purtroppo non diverso) solo cambiato di qualche aspetto, nella distribuzione delle ricchezze e nei modi di produzione. Esce un uomo nuovo, pronto a subire ancora gli effetti di forze ambivalenti ed oscillanti.

Le istituzioni dello stato di natura secondo chi non ha capito nulla.

Il gallo non canta più perché vien strozzato dalla ruvida donna di campagna.

Simplicio spiegava il creazionismo «Il mondo poggia sull’elefante e l’elefante poggia sulla tartaruga.» Allora su cosa poggia la tartaruga? E perché Venere non ha il campo magnetico?

Perché Venere è amore?

Perché le misurazioni fin’ora condotte sono prevalentemente spettrografiche e la massa di Venere è troppo fumosa per permettere una rilevazione adeguata?

Domande per chi ha paura della scepsi.

Cavalli impazziti belano nello stato di natura.

Che schifo la natura.

È tutta colpa della physis. Grazie physis d’esserci! Altrimenti come faremo noi col nostro Esserci ad esserci? Come faremo ad invecchiare? A ripeterci nella generazione? A decadere?

E la pecora bagnata -che ho visto, era belata– mangiava erba squisita. Squittiva.

Il bonobo rantolante è il nostro Dio. Occuperà lui il trono! A lui le nostre prossime riflessioni morali!

I bonobi rantolanti gemono sordidi nei confessionali.

Gli uomini finalmente si sono estinti.

Cavalli impazziti gridano e sputano addosso ai lama durante l’ipotesi di lavoro mai-esistita-che-mai-esisterà altresì detta stato di natura.

E le cavalle coalizzate con le vacche uccidono i puledrini -protetti invano dal bue di m***a defecato dal tirannosauro- e ne fanno sfilacci morbidi e deliziosi che gusteranno le teste di cazzo di toro.

Altre cavalle si gassano in cucina a trentacinque anni.

Sono i germi del male, il quale -senza società- può proliferare dando origine alla società.

Che il libello di Hobbes sia tanto più inattaccabile logicamente quanto più sia inutile e quanto più gli sia riconosciuto il merito di aver derivato e giustificato il concetto di sovranità, è chiaro! La mistificazione logica sta nel fatto che nessuno sarà mai una cosa sola. Non posso mentire sempre. Non posso sempre dire la verità. Ancora una volta si totalizza la discontinuità, fallendo.

Mistificazione logica ridicola, mio caro. Ci vuole πρᾶξις.

Prendi Filmer, lui si è nascosto sotto il suo saio, dopo essersi accorto che il suo concetto di potere giustificato da una discendenza patriarcale è stato sgretolato da una lautreamontese martellata-spacca-cranio. Quanto è ridicolo un sovrano che eiacula il suo popolo? Certo, trattasi di una analogia, come il padre col figlio, così il sovrano con il popolo. Non significa certo che il sovrano debba andare di fiore in fiore senza preservativo. Il padre ha diritto e potere sul figlio solo perché è suo padre, quando in effetti il padre non sceglie il figlio e il figlio non sceglie il padre. Allora diremo che ne ha diritto perché ci conviene e ci convive giorno dopo giorno ed è più grande di lui, ma allora il fratello maggiore? E se il padre non è mai presente? (cosa che accadeva non di rado in passato) E perché continuiamo a non comprendere le donne? Eppure la regina Elisabetta -o se potessero ghigliottinarla solo per i cappelli- è immortale. No. Io ho diritto su di te perché tu sei stato nelle mie p***e. Nei miei scroti. Eri viscido e succulento sperma. Non disperarti, lettore, lo eri anche tu!

Vogliamo vivere in un mondo che si giustifica sulla discendenza di sperma? Fate pure ma Locke resta il meno peggio dei leccasanti.

Federico

Razzismo generato dall’appartenenza e dall’insofferenza

In siffatta divertente ipotesi di lavoro mi permetto di sostenere tesi azzardate e controintuitive.Il lettore vigile saprà coglierne l’apporto innovativo e l’aggancio medievale. Se non fantascientifico è comunque azzardato cercare di spiegare il razzismo attraverso la teoria della nascita degli stati; ma attraverso una abbozzata storia concettuale mi sono preso -senza alcuna giustificazione valida- la libertà di unire in un testo poco coeso una realtà come quella del razzismo e un’altra realtà un po’ meno reale come quella della teoria politica, che risultato distantissime fra loro.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché le masse si sono accorte di non essere masse. Gli individui infine capirono (passato remoto perché il processo è concluso) di non essere assimilabili ad alcun gruppo, se non in forza di qualcosa di arbitrario, anche se -attraverso esplicita dichiarazione della volontà- si sottomettessero ad una appartenenza, ciò rimarrà sempre una etichetta, limitata ed involutiva per l’essere umano preso in esame. L’etichetta funziona con le scienze, che catalogano ciecamente, non funziona nelle relazioni, è un’operazione illecita per qualunque essere umano, e la politica è essenzialmente relazione. È da aggiungere che i giudizi categoriali, nella pratica, paiono impliciti, pare impossibile poterne farne a meno, ma ciò perché è un modus vivendi molto comune.

L’insofferenza diffusa verso i partiti si ha perché gli esseri umani si sono accorti che «i partiti non rappresentano le parti[1]». Quando un individuo non basta a se stesso è a causa di un moto esterno che lo porta a considerarsi come incompleto, è perché scivola pericolosamente nel riconoscimento di una infinità di differenze; additando queste ultime ad elementi costituiti della società ed imprescindibili da essa si disillude, perde fiducia nel cambiamento e sebbene in alcuni casi appaia attivo in politica, in realtà non fa politica. Fa qualcos’altro.

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L’insofferenza diffusa verso la società (per esteso) è tipica dei regimi, è tipica delle monarchie, è tipica delle oligarchie, è tipica delle democrazie. Con la rappresentanza indiretta, nelle varie forme di stato, si è cercato di mitigare tale insofferenza, ottenendo per’altro scarsissimi risultati. I delegati sono di fatto, soltanto, in pratica, evidentemente diventati i detentori del potere decisionale, il loro potere se formalmente deriva dal voto, è sempre sottomesso al loro essere umani e dunque gestito soggettivamente.

L’insofferenza diffusa verso la società si cerca di mitigarla -nella contemporaneità- con un volgersi al concetto di cittadinanza attiva. Sebbene io stesso sia sensibile alla questione e più volte mi sia dichiarato favorevole ad una riflessione per l’attuazione di tale rappresentanza diretta, ritengo che sia uno strumento incompleto, il quale può però mitigare molto più a fondo l’insofferenza.

Ma sempre di un’illusione si tratta. Il problema della concordanza tra cittadini, qui sotteso, è legato all’egoismo dell’essere umano, il quale fintanto che si comporterà come un animale, avrà sempre motivo di scontrarsi con l’altro, avrà sempre un atteggiamento hegeliano da autocoscienza che ha un atteggiamento di conflitto (pòlemos) verso un’altra autocoscienza. La politica è implicitamente conflittuale?

Ciò è soltanto un luogo comune e diffuso, esistono altre modalità di approccio, che, siccome meno comuni, sono andate dimenticate, o meglio, sono state fatte sparire dal conflitto che ha inficiato col sangue bestiale l’armonia. Esiste una costruzione sociale malevola e violenta della quale l’uomo che apre gli occhi, l’uomo che demistifica, l’uomo che comprende l’intrinseca irrazionalità del reale, non può non accorgersi.

L’insofferenza si traduce in razzismo. Intendo quest’ultimo termine in senso generale ed esteso, come quel processo nella mente dell’uomo che lo porta a considerarsi diviso dagli altri esseri a causa di differenze di sorta, dalle più evidenti a quelle meno. Violenza. Barbarie. Egoismo. Snobbismo. Bestialità collettiva.

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L’eccesso di senso di appartenenza produce razzismo.

Sebbene l’appartenenza ad un gruppo non generi -come conseguenza ovvia- il razzismo, ma ciò accada solo con l’eccedenza, l’appartenenza anche moderata ha la capacità di instillare credenze nell’individuo.

Non esiste istituzione più animalesca della credenza, e che cosa spinge gli uomini a raggrupparsi se non l’avere credenze comuni? Il pactum unionis riunisce individui che sono una moltitudine in un gruppo unitario che riconosce a tutti i membri una caratteristica comune. Quale? Il territorio? La lingua? La nazionalità? I costumi? L’ethos? No. L’illusione di questo patto di unione sta proprio nel fatto che gli individui si riconoscano tra di loro proprio perché ciò che li unisce è il patto stesso. Peccato che il patto rientri nella speculazione teorico-filosofica e nelle ipotesi di lavoro dei teorici. In tal modo si scopre che non vi è mai stata alcuna stipulazione, semmai qualche contentino che assomiglia alla deliziosa crocchetta che educa l’animale ingannandolo con una falsa percezione.

Caro popolo insofferente, quando ti viene concessa la crocchetta ti accucci, ma non è vero che accucciandoti tu possa sempre mangiare.

Qualcuno obietterebbe: l’illusione che la sovranità risieda nel popolo in realtà è una questione che si riduce al dualismo formale-sostanziale. Allora bisogna condurla con azioni politiche al piano dell’effettività. Ciò è sbagliato, o meglio, incompleto, ma comunque resta molto utile a mitigare l’insofferenza. Argomento: la sovranità deve cessare. L’amministrazione e i burocrati sono i più utili eppure dovranno essere i più sorvegliati.

Tornando all’argomento principale, per non perdere per strada le menti, un modo per eliminare il razzismo è l’empatia. E dato che la storia (udite udite una definizione di storia che non possa essere contraddetta) è un moto empatico verso gli autori del passato, (tanto che ogni autore è giusto se considerato empaticamente per quello che è il suo pensiero), di conseguenza studiare la storia nel modo completamente opposto a quello che riempie il cranio di nozioni, quello diffuso per intenderci, è il modo per soffocare il razzismo. Non la storia per comprendere la mia identità culturale, bensì la storia per distruggere il senso identitario e con esso i pregiudizi, il razzismo, il classismo.

Venne mossa una obiezione, durante una lezione sul razzismo, a chi insegnava «Dato che loro sono i primi ad essere razzisti, siamo noi (italiani) giustificati su questo fronte.» Troppo facile controbattere vero? Non lo farò.

Questa obiezione non è solo banale e ingenua ma anche fuorviante per quello che è il focus centrale.

Il nodo della questione è che non si tratta di un noi o di un voi, ma di un io e di un tu. Sempre.

Una situazione che eccede nell’appartenenza è preferibile solo per chi deve dividere ed imperare. Ecco dove risiede il potere! La sovranità nasce dalle differenze ed in esse si stravacca. La frase: siamo tutti uguali nella diversità. È giusta. Non è uno slogan a caso, vuoto di senso. È il concetto di individuo che non può essere ricondotto ad unità, eppure al contempo detiene uguale ragion d’essere, uguale dignità.

Riferendomi all’attualità gli Stati perdono terreno, il loro essere elemento formale probabilmente subirà un’involuzione a delle macro-regioni, oppure una medesima involuzione in senso opposto venendo ingoiati e digeriti malamente da organismi sovrannazionali verso i quali però, si ricordi, c’è una concessione solo di parte della sovranità.

Dunque, ricapitolando, la sovranità è concessa dal popolo a chi lo rappresenta nella stato (ma nella teoria risiede ancora nel popolo), dai rappresentanti allo stato (passaggio inutile da sottolineare), dallo stato all’organismo sovrannazionale. In realtà, (demistifichiamo e tenetevi forti) «La sovranità del popolo non è mai esistita e gli stati sovrani non ci sono più; dov’è allora la legittimazione democratica?[2]». All’attuale chi governa sono le banche, il problema che si pone è se dirigano correttamente oppure no dal punto di vista pratico e amministrativo. Le banche però non devono nulla al popolo, i passaggi sono troppi e la gente si perde, persino i banchieri si perdono, tant’è che ti concedono la casa a debito. È uno scherzo. Ribaltiamo. Noi, popolo, concediamo a chi amministra il nuovo Dio-che-tutto-muove la possibilità di dirigerci, a patto che amministrino decentemente, distribuendo ciò che è giusto, ossia ad ognuno secondo le sue necessità, ad ognuno secondo ciò che merita.

Il razzismo trova terreno fertile quando si sommano vari contesti:
– quando vi è insofferenza verso un governo che non guarda al di là di un sistema economico che si è eternato,
– quando ci si rifugia nelle opinioni comuni, senza concepire che i pensieri degli altri nella propria testa possono essere fatti fruttare e possano creare magari qualcosa che si distacchi un minimo, qualcosa di nuovo,
– quando si soffre e non si esprime il proprio dolore perché sconveniente per la dignità. Quale dignita? È più degno chi piange ed esterna di chi reprime.

È in questo universo di credenze sbagliatissime che si alimenta il razzismo. Cibo e casa sono per l’uomo sereno, e con questi altri derivanti di quel concetto che solo quando saremo estinti potremo afferrare qual è la giustizia.

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[1] Giuseppe Duso, cit. orale, lezione del 27.03.2012 di filosofia politica, si veda a proposito S. CHIGNOLA, G. DUSO, Storia dei concetti e filosofia politica, Franco Angeli s.r.l., 2008, Milano

[2] Ivi

Foto © Guy Denning, Dereck Overfield

Massimo D’Alema accantona il matrimonio gay.

Con le sue recenti dichiarazioni omofobe Massimo D’Alema ha sorpreso? No, chiaro. I gay non sono una priorità. La Costituzione Italiana non prevede famiglie omosessuali.

Anche se nella Costituzione non è espresso chiaramente che una donna e un’altra donna non si possano unire in matrimonio, anche se è soltanto una mera questione terminologica, D’Alema non si lascia intimorire.
Quello che è giusto è giusto. I nostri padri costituenti, per quanto liberali, intendevano bocciare qualsiasi espressione di libertà sessuale, qualsiasi libertà o equiparazione in qualsiasi campo era da evitare al momento della stesura della Costituzione.

Nonostante tali intenti la questione giuridica è sempre più incentrata sul concetto della terminologia “società naturale”.
Che cosa è naturale? Il buon senso? Quanto additiamo con normatività nel circostante?

Se queste sue idee sono mutevoli quanto la sua politica, allora la reazione che sorge naturale in tutti gli omosessuali che hanno ascoltato le dichiarazioni di Massimo D’Alema è di non preoccuparsi affatto.

Travaglio omofobo?

English: Marco Travaglio - photo 2 Italiano: M...

English: Marco Travaglio – photo 2 Italiano: Marco Travaglio a Canosa (Photo credit: Wikipedia)

Propongo una brevissima disamina a chi avesse dubbi in merito.

A sostegno della sua presunta omofobia è stato scritto che ha due figli e non ne parla mai, che ha una moglie che fa la casalinga e non ne parla mai. Questi sono argomenti molto deboli. Altri argomenti riguardano il suo scherzare sulla politica di Nichi Vendola.

L’estrema riservatezza di Marco Travaglio nei confronti del suo privato probabilmente risiede nel fatto che con il tipo di giornalismo d’attacco cui è solito, un nemico o due è anche solito raccoglierlo. E questa divisone pubblico-privato è ravvisabile a mio avviso anche nella questione a proposito di Nichi Vendola. Non attacca Vendola sulla base del suo orientamento sessuale, ma sul suo modo berlusconiano di fare politica.

Si insinua che Marco Travaglio sia tendenzialmente omofobo perché ha avuto come maestro Indro Montanelli, uomo dichiaratamente di destra. Un padre spirituale influenza la forma mentis o i valori che si mettono in campo nello svolgere il proprio lavoro, ma per questioni umane-umanitarie come i diritti lgbt è improprio parlare di ‘schieramenti’. E poi nel Regno Unito è la destra liberale ad essere a favore dei diritti lgbt. Se qualcuno vuole considerare Marco Travaglio come qualcuno che esprima posizioni da destra liberale, suppongo non lo si possa tacciare di omofobia, sempre se continua a mantenere una prospettiva liberale.

Altri argomenti a sostegno della sua omofobia sono che non vede di buon occhio i gay pride. Questo è un argomento che non mi sento di commentare non avendo fonti da citare. Essere contro il gay pride è una posizione sostenuta anche da molti omosessuali che presentano il –sociologicamente curioso e interessante– problema dell’omofobia interiorizzata. In ogni caso non ho mai sentito Marco Travaglio dire esplicitamente «Non vedo di buon occhio i gay pride» se mai lo farà dedicherò alla questione un altro post.

Per completezza vi copincollo un estratto di Marco Travaglio da il Fatto Quotidiano in cui scrive a proposito di omosessualità e di una dichiarazione agghiacciante di Renato Farina.

Chiedendo scusa alle signore, cito testualmente dall’editoriale di prima pagina sul Giornale di lunedì a firma Renato Farina (me l’ha segnalato un lettore, mi era sfuggito, non ci si può fare del male tutti i giorni):

Per me uccidere una persona è il delitto peggiore che esista, grida vendetta al cospetto di Dio. E non dovrebbero esistere graduazioni. Ma a lume di buon senso, quanto al danno sociale, siamo sicuri che sia più grave uccidere un omosessuale single che un padre di famiglia?

Se le parole hanno un senso, il Farina sta fornendo, sul quotidiano di famiglia del presidente del Consiglio, preziose indicazioni per orientare il mirino di killer, serial killer, canari, neonazi da spedizione punitiva, teste rasate con le mani che prudono, personcine così. Una specie di listino di borsa dei bersagli da escludere e da privilegiare. A lume del suo proverbiale buon senso, egli ritiene che, dovendo proprio ammazzare qualcuno (quando ci vuole ci vuole), è meglio sincerarsi che la vittima sia gay, in quanto notoriamente incapace di procreare. L’ideale sarebbe sceglierlo single, il gay, onde evitare che a piangere sulla sua bara ci sia anche un compagno, cioè un pubblico concubino contro natura, che guasterebbe il panorama e imbarazzerebbe gli eventuali Farina presenti alle esequie. E’ viceversa vivamente sconsigliabile assassinare padri di famiglia, per definizione eterosessuali e dunque di rango doppiamente superiore ai gay single: anzitutto perchè, lo dice il ragionamento stesso, accanto a ogni padre di famiglia ci dev’essere (o ci dev’essere stata) per forza una madre di famiglia e soprattutto ci devono essere dei figli.

Purtroppo i consigli ai cecchini si fermano qui, forse per motivi di spazio. Ma la speciale classifica dei soggetti socialmente più inutili, la cui eliminazione merita in tribunale la speciale “attenuante Farina”, si presta a ulteriori sviluppi che prima o poi andranno esplicitati. Se uno, per esempio, volesse incaponirsi a trucidare un eterosessuale col minimo danno sociale, sempre a lume di buon senso, dovrebbe concentrarsi sulla categoria degli impotenti scapoli che, non contenti di aver rinunciato a farsi una famiglia, hanno pure l’ardire di non procreare, e dunque, quanto a utilità sociale, sono molto prossimi ai gay, pur senza portare su di sé il marchio d’infamia della culattoneria: cioè, diciamolo, sono socialmente utili più o meno quanto un pelo superfluo.

Anche fra i padri e le madri di famiglia, poi, bisognerebbe operare qualche opportuna distinzione: una donna in menopausa vale molto meno di una potenziale partoriente, e così un uomo operato alla prostata non può certo rivaleggiare con un maschio italico nel fiore degli anni (senz’allusioni ad alte o basse cariche dello Stato, notoriamente fuori concorso). Molto al ribasso immaginiamo si collochino, nel fixing farinesco, i portatori di qualsivoglia handicap dalla cintola in giù che li escluda dal novero dei padri di famiglia effettivi o potenziali. Volendo poi sottilizzare ci sarebbero anche, a fondo classifica, i giornalisti che prendono soldi dai servizi segreti perché si credono in missione antiterrorismo per conto di Dio, come i Blues Brothers; si fanno chiamare Betulla; spìano colleghi e magistrati; pubblicano dossier farlocchi ispirati da Pio Pompa; infamano morti ammazzati come Enzo Baldoni; vengono espulsi dell’Ordine: si fanno eleggere
deputati; continuano a scrivere bestialità sul Giornale del premier. Non osiamo quantificare il danno sociale di una loro eventuale scomparsa dalla scena pubblica. Ma solo per il timore di svegliarci da un bel sogno.