Omocausto e sentinelle in piedi: i grandi problemi col reale

Seppure alcune ricerche antropologiche descrivano efficacemente i movimenti antigay in cui ci imbattiamo oggi, non problematizzano e non colgono il fondo teorico tutto religioso di questi fenomeni che si sviluppano da rapporti complessati con il reale.

«Sapete solo insultare, noi vogliamo gli argomenti»

«Noi organizziamo convegni, voi parate.»

Ho sintetizzato in due affermazioni gli argomenti principali dell’attuale lotta contro l’omosessualismo, mentre le mostruosità nazifasciste non hanno bisogno di esplicitazioni ulteriori.

La seconda affermazione è falsa, mentre la prima è circolare. Alla luce di ciò ritengo improbabile considerare schiaccianti le affermazioni di un certo conservatorismo.

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Cari amici,

La premessa, tutta personale, che vorrei anteporre all’intervento sull’omocausto, è che i matrimoni e le adozioni per le coppie omosessuali sono vittorie leggere della democrazia. Bisogna davvero ripensare i rapporti e i dispositivi concettuali in cui nuotiamo inconsapevoli.

Mi sono sempre riferito alle sentinelle in piedi come a individui come tutti noi ma contraddistinti da un gusto apocalittico. Non è un caso che questo genere di fenonemi antigay – e non serve una borsa di studio per capirlo – si sviluppi in ambienti dove le idee circolano ma senza libertà di connessioni, in ambienti in cui è forte la componente religiosa. Quest’ultima fa sempre riferimento al buon senso e al reale seppur si ritrova a negarli entrambi all’occorrenza, quando propone –con scaltra ratio– di amare i propri nemici e quando propone di vivere nel mondo ma non essere del mondo.

I militanti prolife leggono il reale in modo che sia razionale e ritengono che ciò che per loro è razionale sia fatto reale. [vedi questione sulla famiglia naturale della Cost. it. termine da sostituirsi con razionale]

La naturalità della società è la normatività dell’elemento ricorrente e dire che le foglie sono verdi significa legittimarsi come gli unici a vedere le cose come stanno, come gli unici paladini della vita contro i cavalieri neri della morte. E chi cavalca gli oscuri destrieri? Per la precisione le lobby gay del nord del mondo. Se mi stanno leggendo gli “uomini” di tali associazioni lobbistiche di invertiti che camminano con le orecchie, lancio un appello di aiuto, continuate pure questa opera apocalittica di distruzione di massa ma aiutate gli omosessuali indigenti.

Ritorno serio. È cristallino che, per queste frange estremiste, naturale è sinonimo di morale; ma soprattutto di razionale. Così la sovrastruttura etica è biologia, è dna, è evidenza. L’approccio delle scienze oggi resta critico, scientifico, ma alcuni trovano sia più facile farsi abbagliare da presunte verità paradigmatiche.

Comunque il parametro della frequenza non è abbastanza per additare qualcosa come naturale, come non lo è quello degli ‘usi e costumi’. Come non esiste che Tizio e Caio, sulla base di qualche osservazione, ascrivano del finalismo a un concetto per niente delineato come quello di natura, o, peggio, lo personifichino.

Perché alcune religioni hanno problemi con gli omosessuali?

Alla luce di quanto ho scritto nell’incipit ritengo sia ovvia la risposta. La fede opera sulla realtà il cambiamento necessario a renderla vera, a rendere la sua consolante verità. Qualcosa che esuli dalla nostra buona e giusta lettura non può essere accettato. Ordiniamo le cose del mondo. Ordine. Con relativa controparte caotica.

Così, lo sterminio di omosessuali, asociali, nomadi, ebrei, si è potuto perpetuare in virtù di un cambiamento di mentalità ordito sulle masse. Prima si rende l’essere umano minoranza, poi subumano, infine oggetto e poi più nulla; l’annientamento sociale è in vista di quello fisico. Questi cambiamenti sono possibili soltanto operando in modo religioso sul reale (anche l’ateismo acritico è religioso), ma solo quel reale che si rende sconvolgente. Alcuni preti in Uganda ritengono che il rapporto amoroso tra due individui di sesso maschile sia all’insegna della coprofagia reciproca [vedi video youtube], ecco che per alimentare il disprezzo si servono di paura e shock.

La reazione spropositata avutasi in Italia con i movimenti provita è l’ennesima riprova che il discorso regge. Specie in una società famigliocentrica quando il pericolo è dirottato volutamente sui bambini.

Le sentinelle in piedi si presentano come difensori della realtà, i loro discorsi sono il registro dell’evidenza, del buon senso rassicurante. È forte il bisogno di rassicurarsi tra loro, proprio come accade con i messaggi della religione o come accade per la religiosa proposta di un aldilà. Il nemico si chiama agenda gender oppure dittatura del gender mentre gli studi queer o gli studi sul genere sono diversificati e mai acritici, e sono inoltre attribuibili a studiosi di diverse estrazioni sociali, da differenti parti del mondo, che abbracciano tanti credo o sono atei o agnostici.

Contenuto nostalgico è anche il richiamo alla salvezza. E il riferimento costante alla realtà si configura all’interno di questo schema che comprende anche il perdono del padre. Il padre è la fonte normativa per eccellenza nello schema che costruisce i rapporti in senso patriarcale – schema che va via via dissipandosi verso una società senza padri [A. Mitscherlich, Verso una società senza padri] – e forte resta in queste frange il bisogno di ordine.

Mi scuserete se per questo post non approfondisco ulteriormente il discorso dio-padre, rischierei di perdere il filo, ma osservo che, stando alle tesi proposte, il gender, pensato dalla parte delle sentinelle ed espresso al singolare come dev’essere per l’elemento dittatoriale, è il progetto di denaturalizzazione della società. Dire che la tal cosa denaturalizza significa asserire di conoscere ciò che invece è naturale.

La volontà di conoscere come la società si debba determinare è una tesi che possiede un vivo e doloroso parallelismo con le tesi che precedono l’omocausto e ne attivano le mostruosità.

Il nazismo, tra le altre, era infatti una imposizione normativa e categoriale in vista di una società migliorata e le proposte perseguite discendevano sempre da uomini la cui pretesa era quella di aver capito e conosciuto come le cose dovessero andare: la Natura. Ma la natura è un concetto umano, frutto di una tendenza tassonomica all’ordinamento delle cose del mondo, l’evidenza di averlo capito e di possederne la chiave è un’argomentazione inconsistente oltreché circolare.

Come osano degli esseri umani imporsi su altri esseri umani, elevarsi a componenti determinanti di un codice e tacciare altri di irrilevanza? Come se vi fosse davvero un unico codice. Chi sei tu per sostenere che la tua interpretazione non è una interpretazione ma un rispecchiare l’esattezza dell’essere delle cose del mondo. L’unico modo in cui si può pretende di leggere la natura è dopo aver convenzionalmente stabilito tutti insieme di averla scritta e istituita.

Io sono consapevole di parlare al vento, sono consapevole che il muro è ancora lì, per ora. So che il tempo saprà dare la giusta forza al contenuto. Auguriamoci almeno in occasione di questa giornata che anche chi non è in grado di imparare sia almeno capace di ricordare.

 

Con rispetto per tutti gli uomini e disprezzo per le addizioni, un abbraccio

Federico

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Natura, pòlemos e violenza – parole a caso di un intervento in classe

Che Carlo Michelstaedter fosse ammalato di depressione, privilegio consentito a chi ha il padre alla direzione dell’ufficio delle Assicurazioni Generali di Trieste, possiamo soltanto supporlo. Che abbiano influito su di lui letture di autori dal padre indolente e dalla madre di uterina autorità, quali ad esempio Leopardi, anche.

Le sue considerazioni teoretiche a proposito del concetto di violenza e di pòlemos (forse non come lo intende Hitler nel Mein Kampf), ma come lo intende Umberto Curi nel libro dal titolo appunto pòlemos, ossia come un conflitto anteriore ai confliggenti, possono però essere lette alla luce di questo particolare contesto autobiografico.

Senza contare che Michelstaedter dimostra un atteggiamento nei confronti del circostante a sé tipico di quelli che si attaccano e fanno propria una zona, violenta, sublime, profonda, del mondo greco.

Non è che per caso la violenza è culturale? La matrice, la sua genesi è la cultura di un certo tipo di popolazione violenta e aggressiva di certo impostasi su altre popolazioni di stampo più pacifico? Non lo so. Ma so che tra poco non avremo neanche più esempi dal mondo animale cui riferirci. I bonobo muoiono continuamente di crepacuore. Sono animali che non confliggono, e che –Freud direbbe– scaricano le loro pulsioni aggressive (se ne hanno) in mete di tipo sessuale. E se fossero le nostre umane pulsioni sessuali ad essere scaricare in pulsioni aggressive?

-Elena! Ti voglio.-

-Non puoi avermi.-

-Uccido tutti. Bruci la città che ti ospita!-

-Patroclo, dove sei?-

-Sono morto.-

-Odio e disprezzo anche per il corpo di chi ti ha ucciso!-

La violenza è una condizione facile, la pace appare come una creatura debole, auspicata da tutti ma da nessuno attuata. Peccato che sia molto più facile vivere senza confliggere, e dunque affidarsi all’indolenza. Anche per questo si crede alla via da conquistare rispetto a quella che magari è per natura. Mi sto perdendo. Il ragionamento è sito prima, molto prima di tutto ciò. Prima di vedere l’indifferenza e l’apatia dei giovani, il loro pressappochismo nei confronti di ciò che li circonda e la non-voglia di saperne qualcosa in più, perché tanto non sarà mai vero abbastanza.

–E per quei manifestanti che cercano di ottenere dei risultati? Come è accaduto che fossero raggiunti, ad esempio trai più recenti, il voto per le donne? Come li definisci?-

–Come dei burattini.–

–È per questo che non manifesti? Che sei così indolente? Fosse per te brucerebbero le streghe. Non sopporto chi vive degli sforzi altrui. Non sopporto l’affitto. Ma nemmeno faccio dell’amore per il prossimo un cattivo amore per me stesso. La tua mente è ferma, come quella di un giovane che vive in una baraccopoli del Kenya, che si è appena comprato un iPhone, che ha un futuro come tantissimi altri, che potrebbe organizzarsi e invadere la città vicina dei ricchissimi e dei ricchi più ricchi, farla sua (o loro, ma i ricchi non sarebbero d’accordo tranne nel mulino che vorrei), vivere meglio (o comunque non vivere peggio) e festeggiare, mentre preferisce invece snobbare i suoi coetanei che vengono dalla parte “bassa” della slum?-

A questo conflitto io posso gridare moralisticamente di sì! Ma questa è prassi.

Invece, tornando indietro, non è che per caso la violenza è culturalmente alimentata da un forte senso di appartenenza strisciante? La riproduzione è naturale, ma la violenza? Spostandoci in natura, prendiamo le lumache e i bonobo, li avete mai visti duellare? I felini sì, ma sono un tipo tra tanti tipi. Non è che per caso gli uomini per via della cultura greca si sono convinti di essere violenti per natura? O meglio, di essere autocoscienze –per dirla alla hegeliana- che prima dell’incontro sperimentano la dimensione dello scontro/conflitto?

Erano pastori d’altro canto, chi col gregge più grande, chi meno. Non si può pretendere che conoscessero il messaggio cristiano vivaddio.

Ma perché privilegiare la personificazione della violenza a quella della volontà? Perché scontro anziché incontro? Perché mettere in atto una dialettica servo-padrone anche nel semplice dialogo? Ma la si tiri fuori dal cilindro della dialettica quando si tratta di giustificare il sopruso del proprietario del terreno sull’usufruitore dello stesso, ad esempio.

-Scusi che ore sono?-

-Si compri un orologio.-

-Me l’ha appena rubato lei!-

-Ecco, appunto. Vede che ho ragione?-

Sono molte le X per natura che si è tentato invano di giustificare, quando per natura pare soltanto il coito; per citare –non alla lettera- Schopenhauer.

Hegel e Locke insieme appassionatamente, davano addirittura alla proprietà privata valore di naturalità. Perché? Perché l’uomo dopo essersi posseduto, possiede l’esterno. Aspetta. Da quando l’uomo si impossessa di sé? Da quando l’illusione glielo fa credere, magari. Quindi dopo, per quanto riguarda l’esterno, può illudersi di comprare un’isola come Jhonny Depp? Nessun uomo può possedere un’isola. Neanche se tutti gli altri uomini riconoscono ciò, annuendo compiaciuti come grassi banchieri dopo una speculazione andata a “buon” fine.

Non è per caso che la convinzione dell’essere confliggenti per natura è il placebo che fa veramente diventare l’uomo un essere così poco evoluto? E pensare che dovevamo andare oltre l’uomo.

In determinati periodi storici, a causa di cattive e menzognere credenze, si pensava che gli esseri umani fossero una specie soltanto eterosessuale. Certo. Non distinguevano ancora il pinguino maschio da quelli femmina (i pinguini formano anche famiglie omosessuali senza alcun risentimento o protesta religiosa, meno che meno i trichechi), oppure non ne avevano proprio visto mai uno. Certo. Non avevano alcuni strumenti. D’accordo. La domanda dunque è se noi abbiamo gli strumenti per sondare questa tradizione di violenza per violenza e di abbandonarla al suo destino animalesco?

All’inizio del corso di Storia della Filosofia Contemporanea si chiese agli studenti –definite “violenza”–, senza pretendere per forza una boriosa ricerca del fondamento ontologico del concetto preso in esame. Io risposi: –Uno strumento dalle ripercussioni sia fisiche sia morali che attiene all’animalità dell’essere umano–, sottintesi –Di sicuro un essere umano che si sia scrollato di dosso certi atteggiamenti di certi animali (non è il caso dei bonobo) o che non li abbia neanche mai conosciuti/esperiti tali atteggiamenti per merito della fiorente situazione familiare, saprà smettere di usare violenza per ottenere dei risultati, saprà andare oltre l’animale, oltre l’uomo-animale–, magari smetterà di ottenere dei risultati nell’immediato. E magari poi lo crocifiggeranno.

La mia domanda è se per caso non sia la tradizione greco-arcaica a portarci nella direzione del Grande Male. La Grande Salute, che è il volere la perdita dell’orizzonte di senso e la perdita dell’orizzonte come orientamento, scaturisce davvero da un apollineo vietarci la vita? O, d’altra parte, da un dionisiaco logorarla così velocemente?

La violenza è per natura?

Rispondo sì e giustifico ogni sopruso. Dagli Achei che riducono in schiavitù gli abitanti dell’isola di Melo, ai lager, ai gulag, alla violenza sulla donna perpetrata col favore dell’ombra della notte, allo stupro del bambino che, indifeso, non può che subire il potere del più forte (Era la madre a doverlo proteggere! Ancora con queste leonesse. Ma si guardino i fenicotteri che adottano i cuccioli di altri fenicotteri!).

La legge di natura è davvero così? Oppure questa legge di natura è quella che si vuole far credere, che il potere vuole far credere che sia? Non è che stiamo giustificando il potere andando contro natura? In fin dei conti la natura è per la sopravvivenza e di certo non sopravvive bene un bambino traumatizzato in tenera età. Immagino che in futuro si possa comunque riprodurre, ma quale sarà l’esito probabile oltre al suicidio? Davvero physis è contraria alla generazione delle cose che crescono?

Non voglio essere presuntuoso come qualche mio coetaneo. Nella mia ricerca sarò pronto, forse un giorno, ad accettare di essere io l’ammalato di pacifite e a riconoscere che tutti gli altri son sani, a riconoscere che invece per la razza umana è naturale un approccio alla vita s-velatamente polemologico.

L’errore della legge di natura

Sopravvive non il più forte ma il più adatto

(il testo è una riflessione di quanto avevo 17 anni, siate clementi)

I media riversano su di noi un’enorme quantità di cronaca nera, approfondendo, spesso e volentieri, con dovizia di particolari, i dettagli violenti delle vicende.

Senza voler riportare le parole del Papa che nel corso di un “Angelus” condanna l’eccesso di violenza presente nella cronaca nera prevedendo degli effetti di “assuefazione alla violenza” nella gente, è da dire che per quanto riguarda tale modalità di riportare le notizie, alcuni giornalisti, non tanto tempo fa, l’hanno definita “inutile”.

In realtà si è visto come la cronaca, che riporta fatti di omicidi e violenze private, alimenti un tipo di “morbosità noir” (Cogne, Scazzi, e via dicendo) che è simile a quella propria degli appassionati lettori di polizieschi.

Ad ogni modo la violenza nella nostra società è un fatto quotidiano, si esprime in molti modi e a vari livelli. Nel senso che esiste sia la violenza prepotente dell’individuo egotista, che ritiene le sue ragioni di importanza superiore a quelle dell’umanità in toto, e si fa largo a spintoni, sia la violenza indicata come psicologica e subdolamente esercitata nel quotidiano da più lingue.

La violenza dunque ci tocca da vicino, ne siamo sempre a contatto.

Che la violenza sia insita nell’uomo è una credenza comune e diffusa. Proprio perché la conosciamo giornalmente, siamo portati a credere che questa sia parte naturale ed integrante della società, che sia nata con la nascita dell’uomo e per questo motivo la si può sì combattere, ma non la si può sconfiggere.

Ci dicono e ci ripetono che le guerre e i massacri si perdono nella notte dei tempi, che l’antichità era un periodo storico di gran lunga più violento del nostro, e che una volta molti più cari venivano strappati via dai loro familiari. È un dato di fatto che la violenza sia presente e riconducibile ad un bisogno preumano di possesso [Hobbes] di denaro, di ricchezze, terre, potere, onore, gloria e chi più ne ha più ne metta. Ma tutto ciò è ben lungi dall’avere a che fare con la natura e la sopravvivenza della specie. Verga è forse uno dei più fieri sostenitori della teoria della sopravvivenza del più forte, originatasi proprio a partire dall’800 e sviluppatasi dalle teorie di Darwing, che pur essendo esatte scientificamente, non sono riconducibili a violente conclusioni estreme, quali quelle portare avanti dalla concezione del “darwinismo sociale”.

L’idea sostenuta da quest’ultimo, infatti, è di una visione del mondo troppo semplicistica e lineare nella quale i più forti vincono, ammazzano i deboli e si riproducono, rinforzando così la società e prevenendone l’estinzione.

Oggi sappiamo che non è così, oggi possiamo leggere il “Se questo è un uomo” di Primo Levi o “Il diario di Anna Frank” e comprendere appieno come una tale visione del mondo sia esageratamente riduttiva e sfoci in nazionalismi ciechi e violentissimi guidati da mostri tra i quali si annovera in primo luogo: Adolf Hitler.

In ogni caso lo spietato antagonismo sociale professato è una concezione superata, ancora prima di essere ideata e formulata, sul piano teorico da Locke (‘600) con argomenti filosofico-razionali. Se presumiamo l’uomo prima della nascita della società di diritto, della civiltà e delle leggi, in una condizione (mai esistita) di “stato di natura”, notiamo che l’uomo è governato da una sola legge (lex naturae), notiamo che possiede un unico diritto (ius omnium in omnia) e che è costantemente in pericolo e quindi sotto pressione, perché la violenza è all’ordined el giorno, in quanto “homo homini lupus”.

È possibile che la minaccia continua e quotidiana di subire atti di violenza, da parte ad esempio di chi ti vuole rubare la mela che stai mangiando e per questo ti percuote senza ritegno, o di dover far subire atti di violenza perché costretti, ad esempio, dalla fame, sia una situazione risk-free?

Davvero noi riteniamo questo il modo migliore di garantire a sopravvivenza della specie= Dalla contraddizione si esce facilmente con in “contratto sociale” stipulato da tutti gli individui e che preserva (almeno in via teorica) i diritti innati di tutti.

Il darwinismo sociale, inoltre, è stato superato recentemente anche dal punto di vista scientifico con alcune teorie ad hoc fra le quali spicca quella riportata da Dawkins nel libro “Il gene egoista”. La violenza non è innata, naturale, necessaria (semmai lo è l’egoismo, ma anche su questo ci sarebbe da ridire), bensì un pesante fardello retaggio della nostra condizione preumana di animali pelosi altresì detti primati od ominidi (ad ogni modo poco diversi dalle scimmie per l’aspetto).

I nostri geni, fin dalla comparsa delle prime cellule presenti nel “brodo primordiale” (espressione coniata dallo stesso scrittore), hanno cercato e ricercato vari modi al fine di sopravvivere, perpetuarsi e preservarsi come tali nel tempo. Ora i nostri geni, da una abbondante manciata di decine di migliaia di anni a questa parte, essendo già organizzati in organelli, organi, apparati, ecc., grazie alla facoltà di pensare, alla “ratio” presente nel cervello e situata in una zona ben precisa, ricca di connessioni e popolazioni neuronali, vogliono che noi capiamo che la violenza che circonda la nostra vita non è funzionale, è pericolosa e non intendono più, nel modo più assoluto, dover correre questo rischio patetico e primitivo.

Oltretutto, moralmente parlando, la violenza, in qualsiasi forma essa si esprima, è sbagliata, fin da quando è nato il concetto di moralità.

Verga, e con lui altri, professa la staticità delle classi sociali; nel Mastro Don-Gesualdo (secono romanzo de “Il ciclio dei vinti”) condanna il protagonista per la sua volontà di ascesa sociale. “Sei nato mastro e rimarrai mastro, anche se possiedi ricchezze in quantità superiore a ogni altro nobile ed anche se sposi una nobile. Prova a modificare lo status quo delle cose e morirai solo dopo aver vissuto nell’asia da infelice.” La condanna del Verga è durissima, almeno tanto quanto per noi è difficile leggere fra le righe veriste una qualche sorta di denuncia sociale, che pure è presente [cfr Franchetti-Sonnino 1877].

È terribile pensare ad una società talmente arretrata da accettar ela violenza semplicemente per il fatto che è, che esiste, punto.

Rosso Malpelo “le busca” perché rispetto agli altri è ad un gradino più basso della scala sociale, ed allora questi “altri” si permettono di sfogare violentemente la loro rabbia su di lui, a causa probabilmente della loro rispettiva condizione; in un panorama vizioso appartenente ad un contesto che appare insanabile.

In realtà noi abbiamo appena capito bene che la violenza, oltre ad essere eticamente e moralmente condannabile, oltre a non essere giustificabile, non è umana e se scaturisce lo fa perché invocata da istinti preumani risvegliati dall’esasperazione.

Abbiamo capito che, anche se è riconducibile, in qualche modo, all’istinto di sopravvivenza, esercitandola di otterrebbe, a lungo andare, l’effetto opposto: l’estinzione.

Ecco perché gli gnu non vivono nelle città, anche se riescono in linea di massima ad organizzarsi in bianchi ed ecco perché nemmeno i cavallucci marini hanno una codice civile e morale che abolisce e condanna la violenza ed ecco perché non hanno delle loro colorate città nelle profondità marine (almeno per quanto noi ne sappiamo).

Noi abbiamo potuto capire che senza violenza sopravviviamo al meglio e che quest’ultima non è necessaria, loro no.